
Il suono di Bologna
Torniamo a esplorare le eccellenze De.Co. immergendoci nei laboratori dei liutai.
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"Amor mio, ben ti voglio"
Vuole la leggenda che Re Enzo, prigioniero nel palazzo che ancora oggi porta il suo nome, rivolgesse queste parole alla bella Lucia, una contadina che divenne la sua amante e che gli diede un figlio. Il bambino, così, prese il nome da quelle dolci parole che suggellavano l’amore tra lo sfortunato sovrano e la giovane che rendeva meno dura la sua prigionia. Nobiltà del sangue e nobiltà d’animo: da qui, secondo la tradizione, ha origine la stirpe dei Bentivoglio.
Fuori dallo spazio della favola e della propaganda, però, si impongono i fatti, le prove e i documenti della storia. Le fonti ci chiedono di collocare le prime testimonianze dell’esistenza della famiglia Bentivoglio già prima dei fatti che segnarono il destino di Re Enzo, anche se all’epoca non aveva di certo il potere e la rilevanza che conquisterà poco meno di due secoli dopo, scrivendo con l’oro e il sangue il suo nome nella storia di Bologna.
Ma bisogna aspettare la fine del XIII secolo per iniziare a incontrare il loro nome leggendo le cronache degli eventi di Bologna, seppur ancora avvenimenti di secondo ordine.
Tra il Due e il Trecento, infatti, il nome dei Bentivoglio appare tra quelli dei membri delle due principali corporazioni che guidavano il popolo bolognese – dei macellai e dei notai – rispettivamente il braccio armato e la compagine ideologica dei movimenti popolari. I Bentivoglio facevano parte della fazione guelfa della città, che aveva al suo vertice proprio la famiglia Pepoli, a cui si unirono grazie al matrimonio di Isabella, figlia di Annibale I Bentivoglio, con Romeo Pepoli, padre di Taddeo.
Con il passare del tempo, per quanto cercassero di mostrarsi sempre come rappresentanti delle istanze e delle aspirazioni di libertà cittadine, già dal XIV secolo la loro presenza si fa sempre più preponderante all’interno dell’oligarchia felsinea, soprattutto grazie a matrimoni mirati che li legavano ad altri importanti lignaggi.
In quest’epoca i Bentivoglio appaiono come una delle tante famiglie che, seppur agiate, non rinnegano la loro origine popolare e restano fortemente attaccati alle residenze ordinarie in San Donato. Sono anni in cui dinastie più ricche e politicamente più potenti si contendono il palcoscenico di Bologna, costruiscono torri e residenze nobiliari, mentre i Bentivoglio preparano la loro ascesa sullo sfondo della storia.
È da Ivano Bentivoglio che nascerà quel ramo della famiglia che arriverà poi alla signoria della città. Suo figlio Francesco gli succedette al vertice della consorteria e passò poi il ruolo di generazione in generazione, prima al nipote Antoniolo e poi al pronipote Giovanni I, che coronerà i sogni di potere della famiglia.
I beni dei Bentivoglio, all’epoca di Francesco, sfiguravano davanti a quelli della famiglia Pepoli, il cui palazzo si distingueva nettamente nel tessuto urbano della città e le cui ricchezze erano nettamente superiori. Eppure, entrambe le famiglie erano le sole ad essere riuscite a ottenere un posto di potere all’interno del governo cittadino.
Alla metà del Trecento, la figura di Antoniolo Bentivoglio – orfano di padre e cresciuto dallo zio Francesco – comincia a stagliarsi su uno sfondo politico estremamente movimentato. È il periodo in cui al potere dei Pepoli prima e dei Visconti poi si sostituisce, dopo una rivolta, un governo popolare: mezzo secolo di scosse e assestamenti in cui ci si gioca il controllo della città.
Tra le cause del declino dei Visconti troviamo proprio Antoniolo che non soltanto aveva fomentato la rivolta ma che pure aveva prestato alla causa i suoi spazi residenziali, trasformando le case dei Bentivoglio nelle sedi della fazione popolare.
Nonostante il suo sostegno contro i potenti di Bologna, Antoniolo non si tirò indietro quando, tra gli anni ’60 e i primi ’70 del secolo, tanto la Chiesa quanto il Comune gli affidarono incarichi e ruoli di potere.
Quest’ambivalenza si assottiglia nella figura di Salvuzzo, uno dei figli di Antoniolo e suo successore. Nonostante un primo momento, nel 1376, in cui si era fatto promotore di una sollevazione popolare contro il legato pontificio, Salvuzzo, giudice e notaio, incarnava un potere che gli permetteva di influire nella politica cittadina. Il suo tentativo di autoproclamarsi signore di Bologna scatenò un tumulto che lo costrinse per un periodo al confino a Ravenna. Avendo perso palesemente il supporto del popolo, Salvuzzo l’anno successivo firmò dei patti con la Chiesa che garantivano da un lato una certa indipendenza di Bologna dalle ingerenze pontificie e, dall’altro, il riconoscimento dell’autorità papale da parte della città, che si impegnava anche a pagare un tributo alla camera apostolica.
| Le statue dei signori Bentivoglio sono conservate a Palazzo Pepoli. Hanno scelto di essere ritratti in un momento di preghiera: un atteggiamento umile che possono riservare solo a Dio, mentre la ricchezza e l'eleganza delle loro vesti ricorda a Bologna chi sono i signori della città. |
Nel periodo della Restaurazione (iniziata con il congresso di Vienna del 1814) la pratica del ballo andava sempre più polarizzandosi, seguendo la distinzione tra ceti sociali, tra disciplina elitaria in città e pratica popolare nei contesti cittadini ed extraurbani.
Intanto, il valzer conosceva un’importante evoluzione in Austria grazie alla famiglia Strauss: se Johann Strauss ppadre fu un musicista caro alla corte degli Asburgo, il figlio Johann Strauss Junior – autore del famosissimo An der shönen blauen Donau – diventò invece il musicista-simbolo dei rivoltosi, con cui si schierò in occasione dei moti del 1848. Il successo di Strauss Jr fu straordinario, in Europa e oltre oceano.
La sua musica giunse, ovviamente, anche in Italia, dove i musicisti iniziarono a comporre ballabili sulla falsa riga delle opere del compositore austriaco. Di nuovo, la diffusione della danza ricominciava a superare le barriere di classe, e proprio in quel periodo arrivarono dal centro Europa la polka e la mazurka.
A Bologna nasce la Società del dottor Balanzone che, dal 1868, inizia a organizzare le feste per il carnevale, in cui i balli hanno un ruolo estremamente rilevante, coinvolgendo tutti gli strati della popolazione: il ballo diventava così l’espressione di una società sempre più eterogenea e plurale, meno atomizzata e nettamente separata.
Eppure, la parte di cittadinanza che proveniva dalle campagne era abituata a un altro tipo di danza che era sopravvissuta sia alla censura dello Stato della Chiesa sia alle novità portate dalla Rivoluzione Francese. Si trattava, cioè, di danze che prevedevano dei salti e che funzionavano come una sorta di arte marziale e di addestramento al combattimento.
A Bologna, dunque, nella danza popolare si mescolano tanto le caratteristiche del ballo liscio – e quindi di valzer, mazurka e polka – insieme alle figure dei balli saltati – manfrine, tresconi, ruggeri – tipici dell’educazione maschile. Sono tutte figure molto dinamiche che richiedono grandi doti atletiche ed estremo rispetto del ritmo musicale. Da questa commistione di elementi prende vita quella particolare variante del ballo liscio caratteristica della città: la Filuzzi.
Tra fine Ottocento e inizio Novecento non soltanto nacquero diverte società di ballo, ma si instaurava anche l’abitudine di trasformare i portici in piste da ballo all’aperto: il suono degli organetti a manovella si diffondeva per le strade, sovrastando le lamentele dei signori che faticavano a passare con le loro carrozze.
La natura popolare di queste danze traspare anche dal linguaggio che concerne la Filuzzi: riprendendo il gergo dei secoli XVII e XVIII, con il termine suonatore si indicava chi suonava “a orecchio” uno strumento per le feste danzanti popolari, una persona che quindi si limitava a creare dei suoni. I suonatori della Filuzzi si contrapponevano ai musici – parola che rimanda all’ambito sacro delle Muse – che erano invece quelli che sapevano leggere la musica e suonavano per le feste di corte.
Gli strumenti più utilizzati per la Filuzzi erano i violini, i mandolini, gli organetti e le chitarre. In particolare, a Bologna si usava un tipo particolare di chitarra, nota come chitarpa o chitarra bolognese, che alle sei corde dello strumento classico ne aggiungeva altre dette bassi volanti, che servivano a creare la base ritmica dell’esecuzione musicale, e che aveva una cassa armonica più grande e bombata.
Nella Filuzzi è evidente fin da subito che la musica sta in posizione di sudditanza rispetto alla danza: conosciamo, ad esempio, più nomi di ballerini che di suonatori, e sappiamo che questi spesso adeguavano le loro esecuzioni ai passi dei ballerini in pista.
Nel frattempo, emergeva anche il fratello di Salvuzzo, Giovanni I Bentivoglio, che grazie al suo carattere ambizioso e risoluto riuscì a far gravitare intorno a sé buona parte della città. Morto Salvuzzo, Giovanni ne assorbì le aspirazioni: nel 1392 divenne gonfaloniere, poi entrò nel Consiglio degli anziani e in quello dei Dieci della pace. Il suo tentativo di impadronirsi della città, però, gli scatenò contro la popolazione e lo portò all’esilio. Ma l’allontanamento di un potenziale tiranno non significava libertà, i disordini continuavano e poco dopo Giovanni rientrò in città nelle vesti di eroe del popolo, riuscendo questa volta a prendere il potere e farsi proclamare gonfaloniere perpetuo, magnificus et potens dominus e pacis et iustitie conservator. Era il 1401 e iniziava così la sua signoria, che sarebbe durata solo quindici mesi e sarebbe finita nel sangue: rovesciato da un gruppo di ex-sodali delusi dal suo governo, Giovanni venne imprigionato e poi trucidato, e infine il suo corpo sfigurato e denudato venne abbandonato davanti all’altare di San Giacomo Maggiore, la chiesa che già qualche generazione di Bentivoglio aveva scelto come luogo dell’eterno riposo.
Né Salvuzzo né Giovanni ebbero mai un qualche progetto riguardante la costruzione di una residenza signorile come il Palazzo che aveva fatto erigere Taddeo Pepoli per celebrare e ostentare il potere della sua famiglia. Non sappiamo con certezza perché ma è facile immaginare che non si trattasse semplicemente di disinteresse o di scarsa lungimiranza, anzi, è molto probabile che, rimanendo ancorati alle loro dimore molto meno appariscenti, volessero mantenere l’illusione di essere ancora, nonostante il loro potere, parte del popolo.
Bisogna aspettare la seconda metà del Quattrocento perché prima Sante Bentivoglio e poi Giovanni II dessero il via ai lavori della costruzione della domus familiare.
Sante era un Bentivoglio illegittimo, chiamato a Bologna da Firenze, dove lavorava in un lanificio. Era un periodo di continue rivolte, un momento in cui fazioni diverse non si ponevano scrupoli a spargere il sangue degli avversari e Sante, a dispetto delle sue origini, pareva la persona adatta a prendere in mano il potere. E così effettivamente fu: le cronache dell’epoca narrano di una trasformazione quasi miracolosa, di un uomo che in pochissimo tempo dimostrò di meritare quel cognome così altisonante e di essere in grado di governare un popolo definito dagli autori coevi “autoritario e indomito”. Le scelte di Sante erano guidate dai preziosi consigli di Cosimo de’ Medici e fu per questo, probabilmente, che venne considerato un buon governatore, capace di stupire le signorie estere, di vincere sugli oppositori interni e di legarsi a importanti casate trasformandole in alleati, come fece sposando Ginevra Sforza.
Sante iniziò anche il processo di trasformazione architettonica che fece diventare le residenze dei Bentivoglio in qualcosa che sempre di più assumeva l’aspetto di un palazzo nobiliare e intorno cui gravitava il potere politico.
Sante non vide mai la conclusione del progetto di rinnovamento urbano che aveva iniziato, che andò avanti sotto il governo del cugino Giovanni II, sotto il quale sorse Palazzo Bentivoglio in strada San Donato, una costruzione così imponente, maestosa e ricca – alcuni elementi architettonici esterni erano ricoperti d’oro – da meritarsi gli appellativi di Domus Aurea e Bononiae totiusque Italiae ornamento (la residenza d’oro e l’ornamento di Bologna e di tutta l’Italia). Giovanni sostenne anche il rinnovamento di tutta l’area urbana di Bologna, trasformandone l’aspetto ancora tipicamente medievale, fatto di edifici poveri e disarmonici, in una città rinascimentale: costruì nuove chiese, creò nuove strade e piazze e, in generale, mise in atto una serie di interventi urbanistici e edilizi che abbellirono il paesaggio cittadino.
Di questo straordinario esempio di maestria architettonica, sede di una delle più raffinate e ricche corti del periodo, non rimane più nulla se non le descrizioni di autori coevi. Ma per capire il motivo della distruzione di un simile capolavoro dobbiamo guardare agli eventi politici tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento.
La grandezza dei Bentivoglio era inevitabilmente oggetto di invidia, gelosia e avversione da parte di altre potenti famiglie. Nel 1488 Giovanni II scampò alla congiura ordita dai Malvezzi e orchestrò una vendetta esemplare: i Malvezzi vennero imprigionati, esiliati o impiccati, e tutti i loro beni furono confiscati. Qualche anno dopo, nel 1501, sorte analoga toccò ai Marescotti. Infatti, i figli di Giovanni massacrarono l’intera famiglia e i suoi alleati, lasciando sulle strade di Bologna il sangue di più di duecento persone. Le fonti ci dicono che Giovanni non fu il mandante ma che comunque non fece nulla per fermare la furia omicida dei figli.
Se pure un tale scempio aveva fomentato il popolo contro i Bentivoglio, fu la rottura degli equilibri politici a spingere la famiglia sull’orlo del baratro della storia. Dopo l’intervento di Carlo VIII di Francia in Italia e la caduta dei Medici e degli Sforza, Giovanni non poté far altro che tentare di appoggiarsi ai francesi contro il Papa, ma non fu sufficiente. Davanti alle forze della Santa Sede si ritrovò solo. Mentre fuggiva in esilio lontano dalla sua Bologna, nel 1506, la dimora dei Bentivoglio veniva distrutta dalla cittadinanza stanca dello strapotere della famiglia.
Giovanni morì l’anno successivo a Busseto, in provincia di Parma. I suoi discendenti, nonostante i tentativi di tornare a Bologna, furono costretti a trovare rifugio a Ferrara: vicini a quella città di cui erano stati signori e padroni ma da cui, ormai, erano stati esclusi per sempre.