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Il Tarocchino bolognese

Francesco Castracani Antelminelli Fibbia
Un gioco che vanta più di cinquecento anni di storia

Il primo documento che attesta la presenza dei tarocchi a Bologna risale al 1459, ed è il verbale riguardante un furto ai danni di un mercante. Nella lista deli oggetti rubati compare, appunto, un mazzo di carte. Le ipotesi degli storici datano la diffusione del gioco dei tarocchi in Emilia-Romagna già intorno al 1435 e, in effetti, altri documenti accennano all’utilizzo delle carte da gioco a Ferrara già quasi due decenni prima della denuncia effettuata dal nostro sfortunato mercante.

Ma altri indizi rendono la storia dei tarocchi a Bologna più complessa e intricata, intimamente collegata alle vicende politiche dell’epoca. È un vero e proprio mistero quello che riguarda l’uomo che secondo la tradizione fu l’inventore stesso di questo gioco.

Dobbiamo tornare indietro di circa un secolo, nel Trecento, quando il principe Francesco Castracani Antelminelli Fibbia, discendente di una nobile casata ghibellina di Lucca, fu costretto a rifugiarsi a Bologna. Qui, all’epoca, la famiglia Bentivoglio stava consolidando sempre più il suo potere e furono proprio loro a concedere a Fibbia ospitalità e rifugio.
Fu in questo periodo che Fibbia avrebbe inventato il gioco dei tarocchi e una delle prove a sostegno di questa tesi sarebbe la presenza in alcuni mazzi del XVIII secolo degli stemmi dei Fibbia e dei Bentivoglio disegnati rispettivamente nella carta della Regina di Bastoni e in quella di Denari.

Troppi secoli di distanza, insomma, per poterne essere certi, proprio come troppo tempo passa dalla storia di Francesco Fibbia alla realizzazione di un suo ritratto, nel Seicento, in cui è presente proprio un mazzo di tarocchi bolognesi.
Oltretutto, dei Fibbia non rimane più niente: il loro archivio, che era stato depositato per ragioni di sicurezza nella chiesa di San Giovanni Battista dei Celestini, andò perduto a causa di un incendio.
I dubbi dunque sono tantissimi: Francesco Fibbia ha davvero inventato il gioco dei tarocchi? O ha creato la variante bolognese detta tarocchino, perché giocata con un mazzo ridotto a sessantadue carte, invece delle canoniche settantotto?

Uno scatto da un evento dedicato al Tarocchino Bolognese svoltosi a Palazzo Pepoli, casa delle De.Co. di Bologna

Trovare una risposta certa è impossibile, così come è impossibile stabilire se la variante bolognese sia antecedente o precedente ad altre varianti storiche del nord Italia, come quella ferrarese o quella milanese.
Le prime notizie certe sul tarocchino bolognese, dalla composizione del mazzo alle regole del gioco, risalgono al XVII secolo: sappiamo che già allora si giocava con un numero di carte ridotto e che proprio da questa abitudine deriva il nome tarocchino. È plausibile che, per un periodo dopo l’introduzione del mazzo privato delle carte numerali da due a cinque, i giocatori continuassero a utilizzare entrambe le versioni dei tarocchi, ovvero quella con il mazzo ridotto e quella con il mazzo completo. Non sappiamo quindi esattamente quando iniziò l’abitudine di scartare alcune carte, ma sappiamo che quest’abitudine era dovuta alla necessità di aumentare il rapporto tra carte numerali e Trionfi per alcuni giochi, abitudine che dall’inizio del Cinquecento si era diffusa in tutta Italia, ma anche in Spagna e Francia.

Tra tutti i giochi tradizionali europei che si possono fare con i tarocchi, il tarocchino di Bologna è l’unico che da più di cinquecento anni continua a essere giocato seguendo praticamente sempre le stesse regole. Se nel Seicento il tarocchino bolognese era chiamato il re dei giochi, oggi è entrato a far parte della “famiglia” dei saperi e delle tradizioni De.Co. di Bologna.
I luoghi in cui si gioca sono ormai pochi – soprattutto i circoli aziendali, alcuni bar e in generale i luoghi frequentati da un pubblico più anziano – ma esiste un’associazione di volontariato culturale che continua a far vivere il gioco e la sua storia: l’Accademia del Tarocchino bolognese, il cui presidente ad honorem è il cantautore Francesco Guccini.
Preservare la memoria e la storia del tarocchino, istruire nuovi giocatori e organizzare partite e tornei significa mantenere in vita una tradizione che va anche oltre il gioco delle carte: riporta al nostro quotidiano un passato ormai lontano in cui le carte erano solo uno dei tanti elementi che costituivano il senso di unione e convivialità delle comunità bolognesi.

L'immagine di copertina di questo articolo è tratta dal sito Wikipedia

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