
Dal calendario ai fusi orari: Bologna e il computo del tempo

La Storia – quella con la S maiuscola – di una città non è una semplice collezione di momenti, ma un lungo concatenarsi di intuizioni e idee, di tradizioni e ribellioni messe in atto da donne e uomini che l’hanno attraversata e trasformata: dalle vite dei personaggi illustri che hanno contribuito alla sua evoluzione culturale, artistica, scientifica e politica, alle ormai anonime presenze di chi ha combattuto le battaglie che hanno cambiato i confini e i lineamenti del territorio.
Così, il Museo della Storia di Bologna si propone non soltanto come uno spazio in cui custodire le testimonianze del ricco passato della città, ma si struttura come un vero e proprio percorso nel tempo attraverso la sua cronistoria. E se oggi è facile pensare il tempo come un concetto tanto astratto quanto misurabile, ed è immediato collocare gli eventi su un ideale asse cronologico, lo dobbiamo anche al genio di tre illustri cittadini bolognesi.
La prima, grande rivoluzione del computo del tempo risale al 1582, quando con la bolla Inter gravissimas il bolognese papa Gregorio XIII istituisce un nuovo calendario – da cui prende il nome di gregoriano – che sostituisce il vecchio sistema di misurazione dell’anno, ideato secoli prima da Giulio Cesare.
Il calendario giuliano, infatti, era strutturato in cicli di tre anni di 365 giorni e uno di 366. Stabiliva cioè la durata di un anno di 365 giorni e 6 ore, un intervallo di tempo più lungo del reale anno solare. Nel corso del tempo, questo scarto si era tradotto in uno spostamento della data dell’equinozio di Primavera e, di conseguenza, a una difficoltà di calcolo anche nel calendario religioso: la data per la Pasqua, infatti, si fissava alla prima domenica dopo il primo plenilunio successivo all’equinozio.
Quello dell’anticipazione degli equinozi e dei solstizi era un problema già noto da secoli, e già nel Duecento si era cercato di “accorciare” la durata dell’anno solare, senza però riuscire a trovare una soluzione che funzionasse realmente.
Nel 1582 l’equinozio era caduto l’11 marzo, un’anticipazione di dieci giorni rispetto alla data convenzionale del 21. La bolla di papa Gregorio interveniva in maniera drastica: non soltanto “saltava” dieci giorni a ottobre – quell’anno, dal 4 ottobre si passò al 15 – ma ricalcolava la frequenza degli anni bisestili, diminuendoli in modo che fossero considerati come non bisestili gli anni multipli di 100 ma non di 400 (cioè 1700, 1800 e 1900 non bisestili, mentre 1600 e 2000 bisestili). In questo modo, la durata dell’anno scendeva a 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 12 secondi, avvicinandosi all’effettivo intervallo di tempo che intercorre da un equinozio di primavera all’altro (cioè all’anno solare o tropicale).
Il nuovo calendario entrò in vigore quell’anno nei paesi italiani, in Francia, Spagna, Portogallo, Polonia, Lituania, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Altri paesi cattolici si uniformarono al nuovo calcolo del tempo nell'arco dei cinque anni successivi, mentre nei paesi protestanti si cercò di resistere, adottando il sistema gregoriano solo nel corso del Settecento. Per i paesi non cristiani bisognerà aspettare il secolo successivo, fino alla Turchia che si adeguerà al nuovo computo solo nel 1924.
Nel 1655 si completarono i lavori di ristrutturazione della Basilica di San Petronio, durante i quali andò perduta la meridiana realizzata nel secolo precedente da Egnazio Danti. Nello stesso anno, però, Gian Domenico Cassini ideò e realizzò una nuova meridiana – da lui definita eliometro, cioè uno strumento per la misurazione del movimento del Sole – che è, ancora oggi, la più grande del mondo e uno dei migliori esempi di genio ingegneristico e astronomico. Lunga 67,72 metri e con un foro gnomonico posto a 27 metri dal suolo, la meridiana Cassini è uno degli strumenti di misurazione del tempo più precisi, e valse al suo ideatore – che all’epoca era docente di Astronomia all’Università di Bologna – la convocazione da parte di Luigi XIV a Parigi, per contribuire alla realizzazione dell’Observatoire Royal, di cui Cassini fu il primo direttore.
La meridiana non dà semplicemente indicazioni sull’ora locale ma misura con precisione, attraverso la declinazione solare, anche gli equinozi e i solstizi e consente quindi di individuare la data all’interno del calendario.
Oggi sappiamo con estrema precisione cosa segnano gli orologi in qualsiasi città del mondo, ma in realtà l’adozione del sistema dei fusi orari è molto recente. Ufficialmente, sono stati adottati il 1° novembre 1884 alla Conferenza di Washington, in seguito alla proposta di Sandford Fleming, non un matematico o un astronomo, ma l’ingegnere capo delle ferrovie canadesi. Nell’epoca in cui il trasporto ferroviario cresceva vertiginosamente – sia per espansione territoriale sia per numero di viaggiatori – diventava sempre più necessario trovare un modo per standardizzare gli orari di partenza e arrivo, e permettere una comunicazione univoca tra le diverse stazioni.
Ma in realtà Fleming non era stato il primo a pensare a una standardizzazione delle differenze di orario: nel 1858, infatti, il bolognese Quirico Filopanti (il cui vero nome era Giuseppe Barilli), astronomo e matematico, pubblicò Miranda, un’opera a carattere scientifico, filosofico e religioso in cui proponeva di suddividere idealmente la superfice del pianeta in 24 spicchi attraverso i meridiani, ottenendo 24 “giorni longitudinali” o, appunto, “fusi orari”. Ognuna di queste porzioni avrebbe avuto uno scarto di un’ora rispetto al successivo, mentre minuti e secondi sarebbero rimasti coincidenti. Si sarebbero così stabiliti un tempo locale, che interessava ogni singolo fuso, e un tempo universale, che poteva essere utilizzato come riferimento unico nelle comunicazioni a lunga distanza – come quelle telegrafiche – e nel campo dell’astronomia. Nell’idea di Filopanti, il meridiano di partenza avrebbe dovuto essere quello che attraversava Roma.
Filopanti non era soltanto un intellettuale e un professore universitario: il suo impegno politico si concretizzò tanto nell’adesione al movimento di liberazione contro gli austriaci nel 1848, quanto nella sua partecipazione al movimento della Repubblica Romana contro il papato prima e contro Vittorio Emanuele II poi. Fu per questo che la sua idea dei fusi orari non fu supportata né dalle istituzioni né dagli stati nazione e che Filopanti – e con lui Bologna – perse la paternità dell’invenzione. Morì in povertà nel 1894, dieci anni dopo l’attribuzione dell’invenzione dei fusi orari a Fleming.
Ma, pochi decenni dopo, la sua memoria venne riscattata: Budrio, sua città natale, gli dedicò un monumento e, nel 1999, gli venne intitolato l’asteroide 21687 Filopanti.

