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8 agosto 1848: Bologna insorge!

La sconfitta dell’esercito austroungarico varrà a Bologna la Medaglia alle città benemerite del Risorgimento nazionale

“Un popolo quasi inerme fece mordere la polve a molti di quei tristi, e ne incatenò altri molti”.

Queste le parole che il mattino seguente celebravano gli eventi dell’8 agosto 1848, quando i Bolognesi sconfissero gli oppressori austroungarici. Ma cosa era successo? E come si era arrivati ai combattimenti di quella giornata?

Per scoprirlo, dobbiamo fare un salto indietro nel tempo di qualche decennio…

Alla chiusura del Congresso di Vienna, nel 1815, i confini interni dell’Europa vennero ridisegnati dalle nuove alleanze politiche strette tra le grandi potenze che, all’epoca, cercavano di contrastare gli ideali e gli effetti della Rivoluzione francese, inasprendo il controllo sui territori.

La nostra penisola – ancora lontana dall’essere uno Stato – era frammentata in realtà politiche piccole e indipendenti tra loro: le maggiori di queste erano situate a nord-est; il Regno Lombardo-Veneto era sotto il dominio della corona austriaca; al centro lo Stato Pontificio che si espandeva fino a inglobare Bologna; e a sud il Regno di Napoli, che avrebbe poi annesso la Sicilia.

Già pochi anni dopo però, tra il 1820 e il 1821, nelle diverse regioni iniziarono i primi tumulti contro l’oppressione, che continuarono anche nel decennio successivo. In particolare, le prime insurrezioni scoppiarono in Sicilia e gli austriaci intervennero mandando il loro esercito in soccorso dei Borboni. Per anni, Bologna fu una tappa fondamentale per l’esercito d’oltralpe. La città veniva così invasa dai militari in transito, che occupavano non soltanto le caserme ma anche gli ospedali, i conventi e le ex chiese. E, ovviamente, erano presenti costantemente per le strade di Bologna.

Nell’agosto del 1848, la situazione degenerò e gli austriaci invasero lo Stato Pontificio. Due giorni prima degli scontri, erano davanti le porte di Bologna che il Pro Legato Cesare Bianchetti aveva fatto sgomberare dai soldati svizzeri del papa e dai volontari italiani, cercando così di scongiurare tensioni e scontri. Gli austriaci, guidati dal feldmaresciallo Welden, entrarono certi di poter conquistare la città con poco sforzo, ma le cose non andarono affatto secondo i loro piani.

Il 7 agosto, con l’appoggio dei consoli di Francia e Inghilterra, Bianchetti ottenne che gli austriaci uscissero fuori dalla città e che si stanziassero all’esterno delle porte San Felice, Galliera e Maggiore. Eppure, Welden entrò lo stesso in città, per mangiare alla Pensione Svizzera e recarsi poi in hotel Brun in via Ugo Bassi. Anche altri soldati, noncuranti degli ordini, seguirono il suo esempio, muovendosi per le strade di Bologna come se questa fosse di loro proprietà.

Si è soliti rintracciare l’evento scatenante degli scontri nel comportamento di uno dei soldati di Welden che, indispettito dalle numerose bandiere simbolo dell’indipendenza italiana all’interno di un caffè, avrebbe ordinato un sorbetto tricolore, con la precisa intenzione di provocare gli avventori intorno a lui. Ovviamente non era la prima volta che i cittadini erano costretti a sopportare le angherie dei militari e probabilmente questa fu solo la goccia che fece traboccare il proverbiale vaso.

Alcuni dei reperti conservati al Museo della storia di Bologna: uno scialle e un giubbetto ricamati con i colori del tricolore, simbolo, all’epoca, della resistenza contro l’occupazione astroungarica.  

Stanchi e inferociti, i bolognesi risposero alle provocazioni. Fecero vittime e feriti tra gli austriaci, i quali corsero a chiamare aiuto tra i commilitoni rimasti fuori. Welden preparò le sue truppe dentro e fuori porta San Felice per la battaglia, così Bianchetti si offrì in ostaggio per tentare di intraprendere la via diplomatica. Peccato che il popolo fosse di tutt’altro avviso e non voleva rischiare la vita del Pro Legato.

L’intera cittadinanza si armò e si organizzò in bande: c’erano i birichini, famosi per la loro destrezza con il coltello; le balle, composte dai facchini delle osterie della zona del Pratello; i buli, provenienti dal Borgo di San Pietro; e perfino le lavandaie di via Lame, le quali tenevano abitualmente le armi da fuoco a portata di mano per difendersi dai furti di chi mirava alla biancheria dei signori che l’avevano affidata loro.

Dai tetti e dalle finestre piovevano tegole e pietre sulle teste degli austriaci, mentre la battaglia si spostava sempre di più verso le porte che, dopo solo due ore di scontri, chiudevano una buona parte dei nemici fuori dalla città.

Intanto, nella piazza di fronte la Montagnola, la furia dei combattimenti raggiungeva il suo apice: gli austriaci avevano a disposizione un cannone e un obice con cui miravano in direzione del giardino. Qui, a difendere la città, si trovava la Guardia Civica guidata dal marchese Gioacchino Napoleone Pepoli, discendente diretto dei signori a cui si deve il Palazzo che ospita oggi il Museo della Storia di Bologna. A combattere, anche su questo fronte, insieme ai militari, ai Carabinieri e ai Finanzieri, c’era la gente del popolo, persone comuni che mettevano tutto in gioco, persino la vita, pur di non perdere il controllo della loro città. A difendere la propria libertà, senza imbracciare nessun’arma propriamente detta, c’erano quel giorno tantissime donne: medicavano e aiutavano i feriti, trasportavano i materiali utili alla costruzione di barricate e lavoravano per arginare l’avanzata nemica. E combatterono attivamente, utilizzando tutto quello che in quel momento poteva trasformarsi in arma contro gli austriaci. Ottenendo, infine, la vittoria.

Fu letteralmente una rivolta popolare, era la gente comune quella che fronteggiava l’esercito d’oltralpe, che difendeva la propria indipendenza e il proprio onore di cittadini liberi mentre i signori e i nobili, con poche eccezioni come abbiamo visto, si proteggevano al sicuro nelle loro case. Una delle immagini simbolo di quella giornata è lo stemma cittadino dell’epoca: lo scudo crociato su cui è incisa la parola “LIBERTAS”, invece di essere sormontato dalla classica corona araldica, è retto da un leone rampante, simbolo del coraggio e della forza d’animo dei bolognesi.

L’eroismo della gente di Bologna valse la vittoria sugli austriaci e non solo. L’11 settembre 1898 con il decreto Regio n. 396 si riconosceva alla città felsinea l’indiscutibile valore di quel giorno con l’assegnazione della Medaglia d’oro alla città “benemerita del Risorgimento nazionale”. La piazza antistante alla Montagnola prese il nome di Piazza VIII Agosto e nel 1903 venne eretto il Monumento ai caduti dell’8 agosto, conosciuto anche con il nome de “il Popolano”, in onore di quella coraggiosa rivolta che dal basso travolse l’oppressione.

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