
Bologna: città delle acque, città della seta
Le acque “inventate” della città sono diventate parte di quella Bologna che, fino a qualche secolo fa, era una piccola Venezia lontana dal mare.
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La città di Bologna si racconta attraverso le immagini che offre agli sguardi di chi la attraversa: i suoi portici, le mura che abbracciano il centro storico, le torri che ancora punteggiano l’odierno tessuto urbano, i vicoli stretti e colorati, le facciate delle abitazioni dipinte di rosso, i vecchi palazzi nobiliari che accolgono secoli e secoli di storia, le piazze affollate di gente. Tra queste, la grande Piazza Maggiore su cui si affaccia la basilica di San Petronio, una chiesa immensa - la sesta, in ordine di grandezza, in tutta Italia, contando anche San Pietro in Vaticano - impossibile da dimenticare persino per il più frettoloso e distratto dei turisti per l’aspetto unico della sua facciata. San Petronio è uno dei volti più noti e amati della città, e deve il suo nome proprio al santo patrono di Bologna.
Ma chi era Petronio? E come è diventato custode e protettore della città?
Della sua storia sappiamo in realtà molto poco, oggi come all’epoca della sua santificazione, ma a questa scarsità di informazioni fanno da contrappeso sia il fortissimo legame che la sua figura ha da sempre con Bologna, sia i tentativi di ricostruzione della sua biografia da parte degli storici, che pure si appoggiano a fonti tutt’altro che ricche.
Sappiamo che Petronio fu l’ottavo vescovo della città felsinea e che visse nel V secolo, ma soprattutto abbiamo prova della sua reale esistenza da una lettera di Eucherio, vescovo di Lione e a lui coevo. In questo testo, non soltanto il vescovo Petronio è indicato come modello di rettitudine da seguire, ma viene sottolineata anche la sua scelta di abbandonare una vita agiata e di successo per abbracciare l’ideale di fede.
Petronio, infatti, sarebbe originario di una famiglia aristocratica - secondo alcune fonti un’antica stirpe romana che aveva avuto un ruolo importante nell’Impero - e avrebbe ottenuto diversi importanti incarichi civili prima di dedicarsi alla Chiesa. Proprio la scelta di rinunciare al potere che era suo per diritto di nascita, e che avrebbe quindi potuto esercitare facilmente, fu uno dei motivi che lo ammantarono di un alone di santità già durante la sua vita.
Non sappiamo neppure se nacque a Bologna o se qui fu consacrato vescovo, ma la storia di quel periodo ci suggerisce che Petronio amò molto la città e si spese fortemente per accrescerla e per migliorare la vita del suo popolo. A lui viene attribuita la costruzione del complesso cosiddetto delle Sette Chiese e la diffusione del culto dei martiri Vitale e Agricola, ed è proprio qui che il 4 ottobre 1141, quasi sette secoli dopo la sua morte, che venne ritrovata la sua sepoltura. La scoperta si tradusse immediatamente nell’istituzione di una festa cittadina e, poco meno di tre anni dopo, nella santificazione ufficiale di quell’antico vescovo che tanto aveva fatto per Bologna.
A metà del XIII secolo, probabilmente nel 1253, il Comune di Bologna decise di proclamare San Petronio patrono della città. Si trattava, ovviamente, di una scelta non soltanto legata alla fede e al legame particolare con questa figura, ma era anche una forte presa di posizione politica: fino a quel momento, infatti, il ruolo di patrono era stato di San Pietro, emblema della Chiesa di Roma e del potere papale. Bologna era una di quelle città che, durante gli scontri tra Guelfi e Ghibellini - e quindi Impero e papato - aveva spesso cambiato lato dello schieramento, interessata principalmente a mantenere quanto più possibile una propria autonomia, ed è da questa prospettiva che possiamo guardare al “passaggio di consegne” da San Pietro a San Petronio.
Più di un secolo dopo, Bologna decide di offrire al suo santo qualcosa di più tangibile della sua fede e dell’amore, e così il 7 giugno 1390 - con una solenne processione - viene posata la prima pietra di quella che sarà uno degli ultimi capolavori dell’architettura tardo gotica italiana, la basilica di San Petronio.
Il XIV secolo era un momento di grande crescita del potere e della consapevolezza politica della borghesia cittadina: artigiani, mercanti e professionisti in vari campi riuscirono a porsi contro le grandi famiglie nobiliari, perseguendo il sogno e l’intento di istituire un governo che rappresentasse il popolo e che da questo fosse guidato. Da questa idea nascono il Consiglio dei Quattrocento, prima, e dei Seicento poi. Viene proprio da questa forza popolare il rilancio del culto di San Petronio, coerentemente con il desiderio di rendere Bologna sempre più autonoma - anche dalla Chiesa - e di vederla crescere come al momento stavano facendo altri grandi centri urbani: Firenze aveva già iniziato la costruzione della sua cattedrale e anche Milano stava lavorando al Duomo.
A differenza di questi importantissimi poli urbani, però, la costruzione di San Petronio non sarebbe stata voluta dal potere ecclesiastico ma da quello civico: la basilica di Bologna sarebbe sì stata un simbolo di devozione della città, ma avrebbe anche e soprattutto incarnato gli ideali di autonomia e libertà che muovevano - e avrebbero continuato a muovere - tutto il popolo.
Il progetto venne commissionato dal Consiglio del Comune all’architetto Antonio di Vincenzo, personaggio illustre della città che già aveva lavorato ad altre opere di grandissima importanza (dal Palazzo dei Notai a Porta Saragozza, oltre che a diverse sezioni delle mura della città). A di Vincenzo veniva data una responsabilità enorme: non soltanto costruire una "pulcerrimam et honorabilem ecclesiam" che rappresentasse Bologna e fosse in grado di rivaleggiare con le opere di Firenze e Milano, ma anche di erigere un monumento che festeggiasse la liberazione dai Visconti e proclamasse la grandezza della città. A lavorare con di Vincenzo c’era Andrea Manfredi - che, secondo alcune fonti, era stato l’architetto della chiesa di S. Maria dei Servi - insieme al quale realizzò un modellino in legno e scagliola (un materiale semisolido ottenuto dall’unione di collanti e polvere di gesso o altri minerali, talvolta colorato e utilizzato soprattutto per decorare) della basilica lungo quasi 15 metri. Di questo modellino e dei disegni del progetto non ci rimane nulla poiché, per qualche ragione ancora incomprensibile, vennero distrutti all’inizio del Quattrocento, ma sappiamo che venne esposto proprio nel cortile di Palazzo Pepoli.
Sono però rimaste fino a noi alcune annotazioni di Antonio di Vincenzo grazie alle quali sappiamo che il primo progetto prevedeva una pianta a croce latina (quindi con un transetto più largo della navata), una lunghezza maggiore di quella attuale (circa 60 metri in più) e probabilmente quattro campanili. Per gli interni aveva previsto delle decorazioni semplici, essenziali, e materiali che lasciassero diffondersi la luce così da ottenere un’atmosfera solenne e sacra ma comunque composta, che rimandasse agli ideali ispirati dall’antica Roma. Di Vincenzo morì tra il 1401 e il 1402, quando ancora solo una parte relativamente piccola del suo progetto era stato realizzato. Da quel momento i lavori proseguirono con ritmi irregolari ma costanti. Uno dei momenti più significativi della costruzione della basilica fu il 1508: sulla facciata venne posta la statua in bronzo scolpita da Michelangelo Buonarroti che ritraeva papa Giulio II benedicente. Si trattava di un’opera enorme, secondo alcune fonti alta più di quattro metri, che il papa - che aveva appena strappato Bologna dalle mani dei Bentivoglio [INSERIRE LINK] - aveva voluto come monito per la città: il suo ritratto doveva ricordare che, a prescindere dagli ideali di libertà e autonomia del popolo, Bologna era sotto il suo dominio. Dalle descrizioni, infatti, sappiamo che l’espressione che Michelangelo aveva dato al ritratto di Giulio II era fin troppo severa, quasi minacciosa, e trasformava il gesto benedicente in qualcosa di completamente differente. Nel 1511, al ritorno dei Bentivoglio in città, però, la statua venne distrutta e i frammenti di metallo furono venduti ad Alfonso d’Este che governava Ferrara ed era conosciuto come il “duca artigliere” per la sua passione per i cannoni. A rendere onore al suo epiteto, d’Este fece fondere i frammenti della statua e li fece riutilizzare per costruire una colubrina - un pezzo di artiglieria leggera, simile a un piccolo cannone - a cui diede il nome di Giulia.
Nonostante i lavori della basilica non fossero ancora stati portati a termine - e anzi, un progetto per la costruzione di una cupola simile a quella che sormonta Santa Maria del Fiore a Firenze era stato appena iniziato ma non fu mai concluso - nel 1530 il papato volle di nuovo lanciare a Bologna un messaggio inequivocabile circa il dominio della Chiesa sulla città. Quell’anno, infatti, Carlo V in accordo con papa Clemente VII scelse San Petronio - e Bologna - come sede per la cerimonia della sua incoronazione come imperatore del Sacro romano impero, anche in virtù del fatto che Roma era stata da poco vittima del sacco dei Lanzichenecchi, ovvero delle truppe comandate proprio da Carlo V.
L’incoronazione segnava l’accordo di pax universalis in tutto il mondo cristiano d’occidente tra Chiesa e impero, minacciate adesso dall’invasione turca che era ormai quasi giunta a Vienna.
I lavori si fermarono definitivamente sotto il papato di Pio IV che decise di privilegiare la costruzione di altri edifici circostanti, tra cui l’Archiginnasio. Completato poi nel 1562, l’Archiginnasio si trova a soli 12 metri dal corpo della basilica e la sua presenza rendeva impossibile la costruzione del transetto e, quindi, la finalizzazione del progetto di Antonio di Vincenzo che sognava una basilica a croce latina. Bisognerà quindi aspettare fino al 1587 perché vengano iniziati i lavori di copertura ma anche qui sorsero moltissimi problemi e, addirittura, Bologna si divise in due fazioni con diverse idee in merito alla costruzione della volta. Nel 1594, stanco di una diatriba interminabile e di un progetto di cui non si riusciva a vedere la fine, papa Clemente VIII chiese la chiusura del cantiere e dispose persino la vendita di tutto il materiale edile.
A dissipare i contrasti fu, tra il 1625 e il 1626, un architetto romano, Girolamo Rainaldi, che riuscì a trovare una soluzione per la copertura della basilica. I lavori ripresero, secondo il suo progetto, vent’anni dopo, nel 1646, e giunsero a conclusione nel 1663.
Rimase però incompiuta la facciata, una “mancanza” che oggi è però diventata una delle caratteristiche più distintive di San Petronio, un dettaglio che la rende unica nel grande panorama delle cattedrali e basiliche tardo-gotiche d’Italia e di tutta Europa. Le specchiature marmoree, infatti, coprono solo la parte inferiore della facciata e risalgono al Tre e al Cinquecento. Seguono il progetto originale di Antonio di Vincenzo nella zona più bassa mentre la fascia centrale ospita decorazioni e bassorilievi di numerosi artisti, tra cui Jacopo della Quercia che ha scolpito il portale maggiore, e che evidentemente aveva studiato con attenzione le opere di Michelangelo per la realizzazione delle sue figure.
La parte superiore della facciata mostra ancora oggi il materiale laterizio che avrebbe dovuto essere la base di altre decorazioni in marmo mai realizzate. I motivi sono molteplici: diatribe sullo stile, innanzitutto, dovute al passare dei secoli e al mutare del gusto e degli stili degli artisti (oltre che delle mode riguardanti i materiali da utilizzare), ma anche questioni squisitamente politiche legate alla storia stessa della città, ai repentini cambi di potere e, più semplicemente, alla mancanza di finanziamenti.
Se nella prima metà dell’Ottocento il movimento francese volto al restauro “stilistico” del patrimonio medievale, sostenuto soprattutto dall’architetto Eugène Viollet-le-Duc, aveva portato al completamento di opere come il Duomo di Milano e quello di Firenze e aveva trovato degli alleati anche a Bologna, San Petronio riuscì comunque a “salvarsi” da qualsiasi intervento di completamento. Uno degli esponenti del comitato contrario al progetto fu l'avvocato Giuseppe Bacchelli che nel 1910 scriveva:
«Giù le mani dai nostri monumenti antichi. Si, giù le mani dai nostri monumenti. Conserviamoli con l'amore, con la tenerezza, col rispetto che abbiamo per i nostri vecchi, ma non pensiamo di cambiarli. Soprattutto non pensiamo di ringiovanirli... Quale Dio può scaldare l'anima di colui che fa l'arte guardando indietro e cercando di copiare cose già fatte e già passate da tempo? Ed è per questo che chi è artista, ancor che vada per una via falsa, studia il passato, ma non lo copia»
È anche grazie a lui, dunque, che San Petronio oggi continua a essere testimone della lunga storia di Bologna e a raccontarci, con la sua sola presenza, l’anima appassionata di questa città.