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Lo stemma della famiglia Pepoli

Lo scacchiere dei Pepoli riassume in sé la storia e la fortuna della potente casa bolognese

L’uso degli stemmi di famiglia ha una tradizione molto lontana nel tempo. Già nell’antica Roma, le gentes e le legioni dell’esercito utilizzavano simboli per riconoscersi e identificarsi, le prime apponendo tali figure sulle monete coniate durante il loro governo, le seconde portandole come insegne sui campi di battaglia. Durante il Medioevo, l’uso di vessilli per gli eserciti serviva, tra le altre cose, a distinguere le forze messe in campo dai feudatari per i loro signori. Le figure che svettavano in cima ai vessilli presto iniziarono a essere riportate anche sulle armature, le armi e gli scudi, per poi iniziare a ripetersi, dal XII secolo circa, sui sigilli utilizzati per autenticare documenti ufficiali, testamenti, lettere e contratti.

È così che determinate immagini, che venivano tramandate di padre in figlio, cominciarono a essere associate ai nomi delle famiglie più potenti. Dal XIV secolo, queste immagini-simbolo vengono inscritte all’interno di una forma di scudo: è da questo momento in poi che possiamo parlare di stemmi veri e propri.

Lo stemma si definisce dunque tale quando abbiamo un’insegna che riprende la forma di uno scudo dentro cui sono raffigurate le immagini-simbolo di una famiglia e che può, eventualmente, essere adornato anche all’esterno, con altre immagini che rimandano alle caratteristiche principali della famiglia, come la fede religiosa, l’orientamento politico eccetera.

Molti stemmi araldici si dicono “parlanti”, poiché i simboli raffigurati riprendono il significato del cognome oppure, come nel caso di nostro interesse, si rifanno a una caratteristica fondamentale della famiglia. Lo stemma dei Pepoli è costituito da una semplice scacchiera bianca e nera, che ricorda quella del gioco degli scacchi o della dama. In realtà, si riferisce a uno strumento molto utilizzato all’epoca e ormai quasi del tutto dimenticato.

Arca di Taddeo Pepoli, basilica di San Domenico, Bologna. (Fonte: Wikipedia)

Infatti, prima dell’arrivo dell’abaco per come siamo abituati a conoscerlo (quello con le sfere da spostare dentro delle scanalature o lungo delle bacchette), i mercanti e i banchieri utilizzavano una tabella a scacchi su cui venivano poggiati dei gettoni o delle monete per poterle contare. I Pepoli, che dovevano la loro fortuna e il loro potere proprio all’attività del commercio prima e a quella bancaria poi, scelsero questo oggetto per rappresentare la loro famiglia, tanto nello stemma quanto in altre decorazioni di luoghi fondamentali per la loro storia, come nel sepolcro di Taddeo Pepoli, sulla cui base si ripete il motivo a scacchi bianchi e nero.

Lo scacchiere dei Pepoli diede il nome anche alla fazione guelfa di Bologna, da loro guidata, detta appunto fazione degli scacchesi.

È interessante scoprire anche un ulteriore significato dello scacchiere nell’araldica, in cui spesso sono stati utilizzati anche altri elementi del gioco degli scacchi (come ad esempio la torre, che simboleggiava palazzi e castelli di proprietà delle diverse casate). La plancia a scacchi, infatti, veniva utilizzata come rimando al campo di battaglia – in senso letterale o simbolico – e quindi, di rimando, come allegoria di un conflitto che aveva visto la vittoria di quella famiglia e la sua conseguente affermazione. E in effetti le attività commerciali e finanziarie erano state il “campo di battaglia” su cui i Pepoli avevano combattuto e ottenuto le loro maggiori vittorie, portandoli a diventare i primi Signori di Bologna.

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