
Bologna: città delle acque, città della seta
Le acque “inventate” della città sono diventate parte di quella Bologna che, fino a qualche secolo fa, era una piccola Venezia lontana dal mare.
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È mai esistita vittoria in battaglia che non sia stata celebrata con l’esposizione di un trofeo di guerra? La parola stessa, “trofeo”, definiva in greco antico il monumento che si formava alla fine di un combattimento accumulando le armi, le armature - e a volte i resti - dei nemici sconfitti.
Nel corso dei secoli, i trofei sono stati più che simboli delle prodezze dei vincitori: erano oggetti di grande valore, manufatti pregevoli o addirittura magici o divini; a volte si trattava persino esseri umani in carne e ossa, prigionieri-trofeo il cui destino sarebbe dipeso tanto dalle loro origini - nobili o umili - quando dal rapporto tra le due parti in conflitto.
Se volessimo redigerne un catalogo, tra storia e leggenda, sarebbe una collezione quanto mai eterogenea: dalle sacerdotesse di omerica memoria, alle armi sottratte ai nemici caduti in battaglia, dai principi avversari agli oggetti d’arte custoditi nei musei e nei palazzi dei paesi occupati, come ad esempio accadde durante la Seconda guerra mondiale.
Ma forse l’oggetto più inaspettato di questo compendio universale di storia guerresca sarebbe un secchio. Un semplicissimo, anonimo secchio di legno e metallo, le cui vicende però sono tutt’altro che banali. Una storia che ci riporta al novembre di 700 anni fa, proprio alle porte della nostra Bologna…
Per secoli, dal tardo Medioevo fino al Rinascimento, l’Italia settentrionale e quella centrale erano interessate da una serie di scontri che vedevano in campo città guelfe e ghibelline. Tra queste, Bologna (guelfa) e Modena (ghibellina) sono state in conflitto per decenni: abbiamo già visto che nel 1249 si era combattuta la battaglia di Fossalta, mentre poco meno di mezzo secolo dopo l’esercito bolognese aveva invaso Bazzano e Savignano, rubandole a Modena con l’appoggio di Papa Bonifacio VIII, il quale, due anni dopo, chiuse la disputa emanando un lodo per riconoscere i castelli di quelle località come possedimenti guelfi. Bologna e Modena erano, insomma, due delle tante pedine con cui il papato da una parte e l’imperatore dall’altra giocavano la loro partita per il controllo del territorio, cambiando di battaglia in battaglia il disegno dei loro confini.
Bologna, dal canto suo, aveva anche interessi propri nel combattere queste battaglie: più lo Studium acquisiva fama e notorietà, più era necessario allargare il proprio territorio, per contenere l’afflusso costante di studenti e professori che vi si stabilivano.
Modena, invece, doveva fare i conti con il recente indebolimento del potere interno in seguito alla morte nel 1293 di Orbizzo d’Este - la cui signoria si espandeva anche su Ferrara. Orbizzo fu probabilmente ucciso proprio dal figlio Azzo VIII d’Este che, nello scontro con il resto della famiglia, provò a rafforzare il suo potere attaccando Bologna.
Azzo VIII però, non soltanto perse la battaglia ma ottenne di inasprire ancora di più il conflitto tra le due città. Alla sua morte, il potere passò a Rinaldo dei Bonacolsi, nobile di Mantova, considerato uno dei più abili comandanti della sua epoca tanto che, grazie a lui, Mantova venne dichiarata inespugnabile. Così, nel 1312, divenne signore di Modena e si alleò subito con le famiglie ghibelline più potenti dell’epoca - i Visconti, gli Scaligeri e gli Estensi. Rinaldo proseguì sulla via tracciata dal suo predecessore: il 29 settembre 1325 il suo esercito conquistò il castello di Monteveglio sul colle di Zappolino, baluardo fondamentale per la difesa di Bologna, portando così i bolognesi a concentrarsi su un lungo assedio. Il 15 novembre di quell’anno, mentre ancora durava l’assedio, ai piedi del colle avvenne lo scontro, entrato nella storia per l’eccezionale numero di soldati schierati e per… un secchiello di legno.
L’esercito bolognese contava 30.000 fanti e 2.500 cavalieri, molti più dei 5.000 fanti e 2.800 cavalieri modenesi, ma tra questi ultimi molti provenivano dall’area germanica - e avevano quindi una maggiore esperienza militare. Inoltre, i bolognesi furono costretti a organizzare in poco tempo le loro truppe, per bloccare il nemico e riconquistare Monteveglio.
Quella di Zappolino fu una battaglia velocissima, durò appena un paio d’ore, ma la disfatta dell’esercito bolognese, sorpresi da un attacco laterale inaspettato, fu enorme.
Si contarono più di duemila morti e i modenesi, inseguendo i superstiti avversari in fuga verso la città, distrussero diversi castelli nel loro passaggio (quelli di Crespellano, Zola, Samoggia, Anzola, Castelfranco, Piumazzo e la chiusa di Casalecchio, che già allora deviava l’acqua del Reno verso la città).
Se però Bologna si aspettava di venire assediata dall’esercito nemico, le cose andarono diversamente: i modenesi, infatti, non erano affatto interessati a entrare in città, ma non persero l’occasione di sbeffeggiare i vicini. Organizzarono dei palii fuori le mura e, come trofeo di quell’epocale vittoria, rubarono un secchio da un pozzo vicino porta San Felice, condotto in trionfo a Modena.
La battaglia di Zappolino fu una delle più tragiche dell’epoca eppure venne quasi dimenticata nei resoconti storici. Restava però un ricordo doloroso per chi era rimasto vittima di quegli eventi, che continuavano a essere tramandati di generazione in generazione, soprattutto perché pochi mesi dopo, a gennaio 1326, Modena e Bologna firmarono una pace che sanciva la restituzione dei castelli conquistati ai bolognesi, molto probabilmente in cambio di denaro. Questo accordo, se pure garantiva un periodo di pace, vanificò il sacrificio di duemila soldati morti in battaglia.
Eppure la loro sorte non venne del tutto dimenticata: nel Seicento, il secchio sottratto a Bologna divenne addirittura protagonista di un poema, La secchia rapita, scritto dal poeta errante Alessandro Tassoni. A metà strada tra il comico e l’eroico - e con una ricostruzione dei fatti non troppo filologica - Tassoni mette al centro della contesa proprio la secchia, rapita dai modenesi e richiesta a gran voce dai bolognesi che, davanti al rifiuto, dichiarano guerra alla città vicina. Nell’opera tassoniana, a combattere per la restituzione dell’oggetto indebitamente sottratto si schierano anche le divinità olimpiche: Apollo e Minerva lottano al fianco di Bologna, mentre Venere, Marte, e Bacco vanno in soccorso di Modena, in un chiaro riferimento - e rimescolamento delle parti - all’Iliade. La narrazione procede tra duelli, tregue, tornei e battaglie, episodi comici, profezie, equivoci ed errori, e mette in scena personaggi grotteschi come il conte di Culagna, o anche storici, come Re Enzo (naturalmente schierato contro i bolognesi che lo tengono prigioniero).
Il poema si conclude quando le due città, incapaci di decretare una netta vittoria sul campo di battaglia, trattano le condizioni di pace mediata da un legato pontificio: così, Re Enzo rimarrà ai bolognesi, mentre Modena potrà tenersi la secchia rapita.
L’opera di Tassoni rimane oggi uno dei più straordinari esempi di poema eroicomico e di ironia antimilitarista, uno sbeffeggio doloroso ma brillante della perfidia e della vanagloria umana.
Oggi la secchia è ancora, come all’epoca, custodita nel Camerino dei Confirmati a Modena, mentre una copia fedele è esposta in una stanza della Torre Ghirlandina.
A Palazzo Pepoli, invece, la battaglia di Zappolino è raccontata attraverso il grande trittico La Secchia rapita del pittore Augusto Majani, detto Nasica, un’opera dipinta all’alba del primo conflitto mondiale, nel 1911, che mette in guardia dall’assurdità e dal dolore della guerra: il terreno è ingombro dei corpi di tanti soldati di entrambi gli schieramenti, la battaglia infuria, e, alla sua conclusione - al centro - i modenesi vincitori conducono il trofeo verso la loro città. La secchia, gigantesca protagonista di uno dei due pannelli laterali, zampilla sangue: insensatamente grande tanto quanto è priva di senso la vittoria ottenuta a prezzo di tante vite.