
Per audace amore di libertà - Anteo Zamboni
31 ottobre 1926: un ragazzo di Bologna diventa uno dei simboli dell'antifascismo
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Siamo agli inizi del Duecento, un periodo storico di fermento politico e sociale, ricco di alleanze e scontri tra le piccole ma numerose realtà cittadine. L’obiettivo? Il controllo dei territori e quello dei commerci.
A livello macroscopico, la penisola italiana era contesa tra Papato e Sacro Romano Impero, e le stesse tensioni si riflettevano poi, a livello locale, negli scontri tra le due opposte fazioni dei Guelfi e dei Ghibellini. I primi godevano dell’alleanza con la Santa Sede e controllavano città come Bologna e Firenze; i secondi, invece, sostenevano il Sacro Romano Impero e avevano in mano città come Milano, Siena e Modena.
Schieramenti netti, eppure frequentemente interessati da mutazioni repentine che rendevano le alleanze tra le diverse Signorie, i Comuni e le singole famiglie sempre mutevoli. Forze costantemente sull’orlo di uno scontro.
Proprio a metà del secolo, l’area tra Bologna e Modena era segnata da frequenti scontri tra le due fazioni: Guelfi bolognesi e Ghibellini modenesi. Il conflitto non era, ovviamente, improntato semplicemente sulla base dei diversi principi che muovevano gli uni e gli altri, ma mirava al controllo di un territorio ricchissimo di risorse agricole e che, al contempo, si situava in un punto di snodo commerciale fondamentale nell’asse nord-sud della penisola.
La battaglia di Fossalta, dunque, si svolge in questo contesto burrascoso, sorretto da un equilibrio quanto mai fragile e instabile, tra Bologna e Modena. Ma si fa anche specchio della rivalità tra Papa Innocenzo IV e Federico II di Svevia, che miravano a dominare l’intera penisola.
Sul campo, entrambi gli schieramenti potevano vantare nomi illustri: i Guelfi avevano Filippo degli Ugoni, podestà di Bologna di origini bresciane. La sua presenza sarebbe stata cruciale per la vittoria delle truppe bolognesi. Accanto a lui combatterono Azzo VII d’Este, signore di Ferrara e di Este, e il cardinale Ottaviano degli Ubaldini, che era un legame diretto con il papato e simbolo del supporto della Chiesa alle istanze guelfe.
Dalla parte dei Ghibellini, invece, spiccava il nome del comandante delle truppe, il re di Sardegna, Enzo di Svevia, figlio naturale e legittimato dello Stupor Mundi. Accanto a lui, figurava Buoso da Duera, noto per le sue competenze tattiche e strategiche – e, qualche decennio più tardi, nominato da Dante nella Commedia come uno dei penitenti dell’ultimo cerchio dell’Inferno, tra i traditori della patria.
In realtà, la battaglia fu preceduta da un periodo di tensioni tra le due città e l’occasione dello scontro era nell’aria da tempo. Re Enzo aveva già radunato intorno a sé un esercito con l’intento di combattere contro Bologna: territorio che, a sua volta, era un centro ben consolidato del potere guelfo e che poteva contare sul supporto di città come Ferrara, sia per l’invio di truppe, sia per i rifornimenti di scorte e altri materiali necessari in caso di attacco. Lungo il fiume Panaro e i torrenti limitrofi si iniziavano a costruire fortificazioni strategiche per l’eventuale battaglia e ponti per il trasporto dei rifornimenti e il passaggio dei militari.
Fu proprio la costruzione di uno di questi collegamenti, che attraversava il torrente Tiepido, la scintilla che fece scatenare le due fazioni. I Ghibellini tentarono un attacco a sorpresa contro i bolognesi, impegnati nei lavori. Ma in realtà la scelta di Re Enzo si rivelò controproducente. Nei giorni precedenti alla battaglia, infatti, il torrente Tiepido era stato ingrossato dalle piogge e il terreno circostante, fangoso, zuppo e smosso dallo spostamento dei materiali edili per il ponte, divenne una trappola per la cavalleria ghibellina che, nel momento di maggior difficoltà, non riuscì a effettuare correttamente le manovre di ritirata. I Guelfi, invece, riuscirono a riprendersi velocemente dall’attacco a sorpresa e li incalzarono.
Nella confusione che si scatenò, Re Enzo si ritrovò separato dalle sue truppe, facile preda dell’esercito nemico che lo catturò e lo portò a Bologna: non soltanto i Guelfi avevano vinto la battaglia, ma erano riusciti a tenere in ostaggio un personaggio chiave, anche da un punto di vista simbolico, dello scontro: capo della fazione avversaria e figlio di Federico II.
Le cronache dell’epoca riportarono il nome di Filippo degli Ugoni come esempio di grande stratega militare: il suo apporto fu fondamentale per l’esito della battaglia, rendendolo così orgoglio della città di Bologna. La sua figura, e la vittoria a Fossalta, rimasero nell’immaginario comune, alimentando numerose leggende – per quanto sicuramente una parte della buona sorte dell’esercito bolognese venne dalle condizioni del terreno e del torrente, decisive per il suo successo.
A Bologna, Re Enzo fu rinchiuso nel palazzo che oggi si trova di fronte Sala Borsa. Nonostante i tentativi del nobile padre di negoziare il suo rilascio, Re Enzo venne trattenuto – pur con tutti gli onori e gli agi che si convenivano al suo lignaggio – fino al giorno della sua morte, avvenuta ventitré anni dopo. Il palazzo prese poi il suo nome, che mantiene ancora oggi.
La battaglia di Fossalta fu per Bologna una vittoria non soltanto militare ma anche politica. La città – che restò in pace con Modena per i cinquant’anni successivi – divenne la più potente e importante roccaforte guelfa del nord Italia e il baluardo del papato nelle regioni settentrionali, attirando nuove alleanze e incutendo timore nei potenziali nemici.
A Palazzo Pepoli, nel percorso del Museo della Storia di Bologna, ci si può letteralmente immergere nell’atmosfera di questo evento storico straordinario, grazie alla sala che riproduce il drammatico momento della cattura di Re Enzo. I visitatori possono infatti camminare tra le figure a grandezza naturale dei soldati bolognesi e modenesi, immortalati nel pieno dello scontro. Si può così prendere parte a uno dei momenti più importanti della storia antica della città.