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La rivoluzione delle scienze naturali – Ulisse Aldrovandi

La vita, le opere e i lasciti di uno dei più importanti naturalisti del mondo occidentale

Nato nel 1522, da una nobile e antica famiglia bolognese, la figura di Ulisse Aldrovandi incarna perfettamente i valori culturali dell’epoca rinascimentale: l’importanza di una conoscenza organica, che comprendesse tanto le materie scientifiche quanto quelle umanistiche, e la nuova volontà di mettere a disposizione gli strumenti del proprio sapere alle future comunità di studiosi. Durante tutta la sua vita, infatti, si preoccupò non soltanto di incrementare la sua collezione naturalistica e di catalogarne i reperti, ma anche di trovare loro sistemazioni adeguate così che, dopo la sua morte, sarebbero rimasti all’amministrazione della città, perché potesse averne cura, incrementarla e renderla disponibile ad altri ricercatori.

Dimentichiamoci però l’immagine dell’intellettuale fuori dal mondo, chiuso nel suo studio e chino sui libri. Quella di Aldrovandi fu una vita avventurosa, ricca di eventi che lo segnarono come persona prima ancora che come studioso. Queste esperienze lo aiutarono a sviluppare un senso critico inedito per l’epoca, che gli permise di rivoluzionare il modo in cui ci si occupava di scienze.

Il suo temperamento indipendente e tenace era evidente fin da bambino. A soli dodici anni fuggì da solo a Roma e fu solo dopo quattro mesi che diede ascolto alle preghiere della madre, vedova già da qualche anno, e tornò a Bologna. Qui iniziano i suoi studi di matematica, insieme ad Annibale della Nave (uno dei matematici che, nella prima metà del XVI secolo, fu coinvolto nella scoperta della formula per la risoluzione delle equazioni di terzo grado). Ancora adolescente, Aldrovandi fu costretto a interrompere gli studi, dovendo contribuire alle necessità economiche della famiglia, e nel 1536 lavorò come contabile prima a Bologna e successivamente a Brescia.

Fu una parentesi breve e già due anni dopo Aldrovandi tornò a Roma, in cerca di un’occupazione che fosse più in linea con le sue capacità e i suoi desideri. Ancora insoddisfatto, iniziò il suo viaggio di ritorno a Bologna e sì unì a un pellegrino in viaggio per Santiago di Compostela. Cambiando di nuovo meta – e senza nulla più dell’elemosina che riuscivano a ottenere come pellegrini – giunse fino alla Galizia, nel nord-ovest della Spagna, in un villaggio chiamato Santa Maria Finis terrae, il luogo cioè dove nell’antichità si credeva finisse il mondo.

Nel 1539 Aldrovandi torna a Bologna e si iscrive all’Università per studiare lettere e diritto, per poi continuare, a Padova, con matematica, filosofia e logica. Come già accennato, Aldrovandi è specchio di quell’idea che il sapere deve essere universale e che il concetto stesso di conoscenza non può essere smembrato in umanistica e scientifica, poiché l’una e l’altra sono aspetti del pensiero che, seppur differenti, interagiscono e si connettono tra loro.

Aldrovandi torna a Bologna nel 1549 e qui conosce Luca Ghini, farmacologo botanico di origini imolesi. Ghini era stato il primo al mondo a creare un orto botanico, ad uso universitario a Pisa, e a lui si deve anche il metodo di essiccazione delle piante tramite pressione tra fogli di carta e di catalogazione dei reperti così ottenuti in erbari in cui, accanto a ogni esemplare, si potevano leggere le relative annotazioni. Il metodo di Ghini si diffuse molto velocemente negli atenei di tutto il mondo soprattutto per la facilità con cui consentiva di studiare piante provenienti anche da grandi distanze. Fu Ghini che fece scoprire ad Aldrovandi l’interesse per la botanica.

Una delle illustrazioni tratte dalle opere di Aldrovandi. Il naturalista stipendiava incisori e illustratori per realizzare questo tipo di disegni perché riteneva che le descrizioni dei vecchi testi di botanica e zoologia fossero poco dettagliate e anacronistiche. Foto tratta dal blog Aula di scienze di Zanichelli.

Sappiamo che nel giugno di quell’anno, Aldrovandi insieme ad altri cittadini venne accusato di eresia – anche se non conosciamo i particolari dell’accusa – ed arrestato. Il primo settembre viene costretto all’abiura a S. Petronio, ma viene comunque condotto con altri due imputati a Roma dove avrebbe dovuto subire un ulteriore processo. In quel periodo però la Chiesa si trovava impegnata tra la morte di papa Paolo III e la consacrazione di Giulio III, così che Aldrovandi venne prosciolto senza ulteriori conseguenze.

Ma il soggiorno a Roma, benché forzato, venne trasformato nell’ennesima occasione di studio e conoscenza. Qui Aldrovandi ebbe modo di entrare a contatto con l’arte classica e scrisse la sua prima opera, Le statue antiche di Roma, pubblicata nel 1556 a Venezia. Inoltre, a Roma ebbe modo di incontrare Guillaume Rondelet, medico francese al servizio del cardinale Tournon, che in quel periodo stava portando avanti studi sull’anatomia dei pesci, a cui Aldrovandi partecipò, dedicandosi alla raccolta di esemplari. In quegli anni, tra il 1551 e il 1554, organizzò numerose spedizioni botaniche, raccogliendo le piante in quello che oggi conosciamo come l’Erbario di Ulisse Aldrovandi, uno dei cataloghi più antichi arrivati fino ai nostri giorni, che conta 15 volumi e più di cinquemila reperti.

Tra il 1554 e il 1560, Aldrovandi insegnò filosofia e logica all’Università ma, allo stesso tempo, continuò la sua attività di ricerca e studio empirico. Prese anche parte al dibattito circa lo studio della natura, sposando l’interpretazione delle teorie aristoteliche portata avanti da Abū al-Walīd Muḥammad ibn ʾAḥmad ibn Rušd, noto in Europa con il nome di Averroè. Secondo questa linea di pensiero, l’osservazione di ogni aspetto della natura doveva avvenire senza alcun tipo di condizionamento metafisico o religioso, principio che si sposava pienamente con i metodi di Aldrovandi e che lo portò a organizzare nuove spedizioni scientifiche e a conoscere altri studiosi del suo tempo.

Di queste escursioni, la più famosa è quella del 1564 sul Monte Baldo, nei pressi del Lago di Garda, ricco di piante allora quasi del tutto sconosciute. Di questo viaggio abbiamo memoria grazie a Il viaggio di Monte Baldo della magnifica città di Verona, una relazione del viaggio e delle scoperte fatte, pubblicata a Venezia due anni dopo.

Aldrovandi riuscì ad ottenere una cattedra specifica per l’insegnamento delle scienze naturali – materia che fino ad allora era stata accorpata agli studi di medicina – e dal 1567 oltre che impartire lezioni teoriche, mostrava empiricamente quanto spiegato ai suoi studenti attraverso delle esercitazioni. Era anche per questo motivo che si faceva sempre più stringente la necessità di avere un orto botanico in cui poter piantare, coltivare e raccogliere le piante utilizzate a lezione. In questo, Aldrovandi riuscì dove neppure Luca Ghini era riuscito a ottenere quanto desiderato: nel 1568 il Senato Bolognese – su proposta del botanico – istituì L’Orto Pubblico, diretto per ben ventotto anni dallo stesso Aldrovandi. Questo si trovava al centro della città, in un cortile che corrisponde oggi approssimativamente a Sala Borsa, proprio vicino alle aule in cui Aldrovandi faceva lezione.

Tutte le collezioni accumulate negli anni da Aldrovandi – reperti naturalistici ma anche illustrazioni e dipinti – non si tradussero in una wunderkammer che poteva limitarsi a stupire e meravigliare, ma – coerentemente con la sua idea circa l’importanza dell’esperienza diretta nello studio della natura – vennero organizzate e catalogate formando uno dei primi musei di storia naturale che Aldrovandi chiamava microcosmo di natura. Proviamo a immaginarlo attraverso lo sguardo di un visitatore dell’epoca:

“Chi entra nel Museo dell’Aldrovando può senza peregrinazione vedere o vere o ben imitate con la pittura le ricchezze del mare e della terra […] quel suo Museo [è] come un compendio delle cose naturali, che si truovano sotto, e sopra terra, in aria e in acqua”.

Tra il 1575, e il 1577, a seguito di una disputa sulla teriaca – un rimedio a base di carne di vipera considerato miracoloso fin dall’antichità, che lo stesso Aldrovandi riteneva tale ma, aggiungeva, necessitava di essere preparato esclusivamente da professionisti e controllato da autorità pubbliche – perse la possibilità di insegnare e ricoprire altre cariche pubbliche. Alla fine, però, il governo della città gli diede ragione e il suo ruolo all’università venne ristabilito.

Proprio sull’episodio della teriaca si concentra lo spazio espositivo del Museo della Storia di Bologna di Palazzo Pepoli dedicato al grande scienziato.

Nell’ultimo periodo della sua vita, rimasto ormai senza figli e quindi senza eredi, Aldrovandi decise di donare la sua immensa collezione che, ricordiamo, era già stata organizzata in numerose pubblicazioni, erbari, nel Museo e nell’orto botanico, alla città di Bologna, perché servisse ad altri studiosi e perché continuasse a essere curata e accresciuta.

Ancora oggi, Aldrovandi viene ricordato come uno dei padri fondatori del moderno metodo scientifico, tra i più importanti naturalisti, entomologi, e botanici della storia occidentale.

L’immagine di copertina di questo articolo è tratta dal sito del Museo Civico Archeologico di Bologna.

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