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La Filuzzi

Alla scoperta dell’anima danzante dei portici bolognesi

Tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento inizia a diffondersi nel nostro paese una nuova forma di danza sociale: il ballo liscio, le cui radici affondano nelle round dances della tradizione popolare del centro Europa, danze che prevedevano la disposizione in cerchio dei ballerini o il movimento intorno alla pista da ballo delle coppie. 

Fondamentale fu l’eco della Rivoluzione Francese attraverso le Alpi: questa fece crollare il potere temporale della Chiesa e, di conseguenza, il controllo stringente che il clero poneva sulla danza. Fino ad allora, infatti, il ballo era permesso solo ai nobili, che organizzavano eventi danzanti nei saloni dei loro palazzi, mentre il popolo poteva ballare soltanto quando l’autorità pontificia approvava l’organizzazione delle feste popolari, nelle modalità, nei tempi e nei luoghi stabiliti e sempre dietro il pagamento di tributi. Qualsiasi forma di inosservanza di queste regole comportava, tanto per i suonatori che per i danzatori, multe salatissime e punizioni corporali. Per gli statuti pontifici del XVII e XVIII, le danze popolari erano circoli al cui centro c’è il demonio, dunque manifestazioni che dovevano in ogni modo essere evitate o, almeno, controllate e limitate. 

La caduta dell’Ancien Régime e il ridimensionarsi dell’autorità ecclesiastica coincidono con l’arrivo del valzer, un nuovo ballo portato dalle bande musicali e dalle armate francesi. È da una delle caratteristiche principali del valzer – lo scivolare i piedi sul pavimento – che il ballo liscio prende il suo nome. Il termine era già usato nei territori sotto il controllo francese durante il periodo napoleonico, e divideva nettamente questo tipo di danza da quelle caratterizzate dal saltare dei ballerini, come la monferrina, il saltarello, la tarantella e altri. 

I balli giranti, tra cui il ballo liscio, si diffusero in tutte le regioni d’Europa, fondendo le caratteristiche delle danze tradizionali di ogni località con forme di galateo, strutture musicali e coreografiche comuni ai diversi territori. La danza diventò sempre più un mezzo che permetteva il contatto tra le popolazioni in movimento – dagli eserciti ai lavoratori itineranti – capace di superare le barriere linguistiche e culturali. 

Il ballo liscio aveva, inoltre, un’altra caratteristica che ne agevolò la diffusione: a differenza delle altre danze popolari non richiedeva spazi particolarmente ampi per essere praticato. Questo significava che i suonatori potevano organizzare i loro eventi utilizzando una struttura mobile, fatta di un palchetto coperto da un tendone circolare. Inoltre, per quanto esiguo lo spazio poteva ospita numerosi ballerini, cosa che garantiva generose entrate economiche per gli organizzatori.

L’abolizione delle vecchie leggi non significò un’immediata attuazione di nuovi regolamenti riguardanti i luoghi e le modalità di messa in atto di queste danze. Così si cominciarono a organizzare feste da ballo in ogni luogo di aggregazione, comprese le locande o le osterie. Qui, però, avvenivano spesso incidenti, scatenando il malcontento dei gestori dei locali e dei loro clienti. La questione diventò presto molto rilevante dal punto di vista dell’ordine pubblico e così nel gennaio del 1798 la neonata Repubblica Cisalpina decretò che queste feste potessero svolgersi solo nelle Case particolari, in cui il gestore si rendeva responsabile tanto per il comportamento degli avventori, quanto per eventuali inconvenienti che potevano accadere per colpa sua o per negligenza. Con il passare del tempo – e soprattutto con la chiusura di questo tipo di attività – iniziarono ad aprire delle vere e proprie sale da ballo o balere.

Palco per le danze popolari in Piazza della Pace. Carnevale 1876 di Bologna - Foto tratta dal sito Storia e memoria di Bologna - © Museo del Risorgimento Bologna | Certosa  

Nel periodo della Restaurazione (iniziata con il congresso di Vienna del 1814) la pratica del ballo andava sempre più polarizzandosi, seguendo la distinzione tra ceti sociali, tra disciplina elitaria in città e pratica popolare nei contesti cittadini ed extraurbani. 

Intanto, il valzer conosceva un’importante evoluzione in Austria grazie alla famiglia Strauss: se Johann Strauss ppadre fu un musicista caro alla corte degli Asburgo, il figlio Johann Strauss Junior – autore del famosissimo An der shönen blauen Donau – diventò invece il musicista-simbolo dei rivoltosi, con cui si schierò in occasione dei moti del 1848. Il successo di Strauss Jr fu straordinario, in Europa e oltre oceano. 

La sua musica giunse, ovviamente, anche in Italia, dove i musicisti iniziarono a comporre ballabili sulla falsa riga delle opere del compositore austriaco. Di nuovo, la diffusione della danza ricominciava a superare le barriere di classe, e proprio in quel periodo arrivarono dal centro Europa la polka e la mazurka

Bologna nasce la Società del dottor Balanzone che, dal 1868, inizia a organizzare le feste per il carnevale, in cui i balli hanno un ruolo estremamente rilevante, coinvolgendo tutti gli strati della popolazione: il ballo diventava così l’espressione di una società sempre più eterogenea e plurale, meno atomizzata e nettamente separata. 

Eppure, la parte di cittadinanza che proveniva dalle campagne era abituata a un altro tipo di danza che era sopravvissuta sia alla censura dello Stato della Chiesa sia alle novità portate dalla Rivoluzione Francese. Si trattava, cioè, di danze che prevedevano dei salti e che funzionavano come una sorta di arte marziale e di addestramento al combattimento. 

A Bologna, dunque, nella danza popolare si mescolano tanto le caratteristiche del ballo liscio – e quindi di valzermazurka polka  insieme alle figure dei balli saltati – manfrinetresconiruggeri – tipici dell’educazione maschile. Sono tutte figure molto dinamiche che richiedono grandi doti atletiche ed estremo rispetto del ritmo musicale. Da questa commistione di elementi prende vita quella particolare variante del ballo liscio caratteristica della città: la Filuzzi. 

Tra fine Ottocento e inizio Novecento non soltanto nacquero diverte società di ballo, ma si instaurava anche l’abitudine di trasformare i portici in piste da ballo all’aperto: il suono degli organetti a manovella si diffondeva per le strade, sovrastando le lamentele dei signori che faticavano a passare con le loro carrozze. 

La natura popolare di queste danze traspare anche dal linguaggio che concerne la Filuzzi: riprendendo il gergo dei secoli XVII e XVIII, con il termine suonatore si indicava chi suonava “a orecchio” uno strumento per le feste danzanti popolari, una persona che quindi si limitava a creare dei suoni. I suonatori della Filuzzi si contrapponevano ai musici – parola che rimanda all’ambito sacro delle Muse – che erano invece quelli che sapevano leggere la musica e suonavano per le feste di corte. 

Gli strumenti più utilizzati per la Filuzzi erano i violini, i mandolini, gli organetti e le chitarre. In particolare, a Bologna si usava un tipo particolare di chitarra, nota come chitarpa o chitarra bolognese, che alle sei corde dello strumento classico ne aggiungeva altre dette bassi volanti, che servivano a creare la base ritmica dell’esecuzione musicale, e che aveva una cassa armonica più grande e bombata. 

Nella Filuzzi è evidente fin da subito che la musica sta in posizione di sudditanza rispetto alla danza: conosciamo, ad esempio, più nomi di ballerini che di suonatori, e sappiamo che questi spesso adeguavano le loro esecuzioni ai passi dei ballerini in pista. 

La Filuzzi oggi  

A inizio Novecento due ballerini in particolare, Oreste Mazzoli e Carlo Gaspari, riuscirono a ottenere un successo tale da avere delle vere e proprie tifoserie, e la rivalità tra i due e i loro sostenitori portò spesso a concludere le gare di ballo con una rissa. 

La maggioranza dei ballerini di Filuzzi erano uomini e non era di certo infrequente vedere coppie di ballerini maschi. Le poche ballerine erano, a dispetto della loro bravura, gravate dallo stigma che associava la danza all’origine delle balere – ovvero le case d’appuntamento – e che si rifletteva sulle donne che facevano parte di questo mondo. 

La Filuzzi conosce il momento di maturità e di consolidamento delle sue caratteristiche nel periodo tra le due guerre, quando si afferma l’organetto bolognese, inventato da Attilio Biagi. Il trio composto da organetto, chitarra e contrabbasso diventa la struttura base del gruppo musicale che suonava alle feste da ballo. 

Nel secondo dopoguerra, quando la gente aveva voglia di tornare a festeggiare dopo il conflitto – che a Bologna, colpita da 94 bombardamenti erano stati particolarmente duri – le balere rifioriscono: il ballo era il divertimento più economico e alla portata di tutti. A queste danze ormai tradizionali iniziavano ad affiancarsi i nuovi balli portati dagli alleati d’oltreoceano, che affascinavano soprattutto le giovani generazioni. Molte ragazze e ragazzi erano troppo giovani per ricordare la quotidianità prima della guerra e per conoscere la Filuzzi, ed era più facile per loro, quindi, lasciarsi contagiare dalle nuove mode. Ma neppure il neonato rock and roll riuscì a spegnere la passione dei bolognesi per la loro danza d’eccellenza. 

Un’ultima curiosità: qual è l’origine del nome Filuzzi? Le ipotesi sono tante e diverse, la più suggestiva è quella suggerita da Placida Dina Staro, etnomusicologa, etnocoreologa e violinista dei Suonatori della Valle del Savena. Secondo la sua teoria, la Filuzzi sarebbe associata ai filò, ambienti di aggregazione tipici della campagna del XIX secolo: nelle fredde e buie sere invernali la comunità si radunava nelle stalle – ambienti riscaldati dalla presenza degli animali – e lì le donne filavano la lana, i ragazzi facevano il filo alle ragazze (da cui il termine filarino, che designa tanto il giovane innamorato quanto una relazione amorosa poco impegnativa), gli anziani raccontavano storie ai bambini, qualcuno suonava e altri ballavano… 

Quale che sia davvero l’origine del suo nome, ancora oggi la Filuzzi continua a essere un simbolo dello spirito bolognese, un ricordo tangibile di un’epoca in cui il ballo era molto più che divertimento, era il collante che univa in un unico giro di danza persone tra le più diverse, provenienti da realtà lontane. Ma è anche una danza tuttora praticata sul meraviglioso palcoscenico dei portici bolognesi, insignita il 26 gennaio 2025 del riconoscimento di Denominazione Comunale (De.Co.) della Città Metropolitana di Bologna, con un evento celebrativo nella splendida cornice della Sala della Cultura di Palazzo Pepoli. 

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