
Il suono di Bologna
Torniamo a esplorare le eccellenze De.Co. immergendoci nei laboratori dei liutai.
Oggi aperto: 10:00 – 19:00
Scopri tutte le informazioni per accedere al Palazzo
Nel 1678 viene pubblicata per la prima volta la Felsina Pittrice, un’opera in due volumi dello storico Carlo Cesare Malvasia che raccoglie, prendendo a modello le Vite di Giorgio Vasari, le biografie dei pittori di Bologna.
Quella di Malvasia si poneva come una risposta non soltanto all’opera dello storico aretino ma anche ai sostenitori della superiorità della pittura veneta che dal XV secolo si andava sempre più imponendo sulla scena artistica dell’intera Europa. Le opere della scuola veneta, richieste soprattutto nelle corti e nelle signorie, erano anche state oggetto dello scritto di Carlo Ridolfi, Maraviglie dell’arte, edito nel 1648.
«Ancorchè per le addotte ragioni, e dimostrati esempii nell’antecedente capitolo, io creda, possa a bastanza restar provato, per qualsiasi tempo, mai di Pittori, o Pitture essere restata affatto priva Bologna» scrive Malvasia, il cui scopo era recuperare alla memoria la lunga e ricca tradizione artistica bolognese che pure la storiografia contemporanea non teneva troppo in considerazione, in un’epoca in cui fiorivano le pubblicazioni dedicate alla storia dell’arte e alle vite degli artisti.
La Felsina pittrice è dunque la prima storia dell’arte che racconta e approfondisce, con un’eccezionale ricchezza di dettagli e aneddoti, le vite di quegli artisti originari di Bologna o che qui lavorarono. Lo stile di Malvasia è quello alto e fiorito delle accademie di lettere e retorica, che ben rispecchia la sua vasta cultura e le sue origini aristocratiche: da giovane, Malvasia era stato allievo dei pittori Giacinto Campana e Giacomo Cavedone, per poi proseguire il suo percorso di studi in lettere e poi in giurisprudenza. Fu membro dell’Accademia bolognese dei Gelati, istituzione che ospitava studiosi ed eruditi, e poi, trasferitosi a Roma nel 1639, fu ospite di altri famosi ed esclusivi ambienti letterari del territorio. Malvasia prese i voti e, accanto all’insegnamento delle materie di giurisprudenza all’Università di Bologna, continuò i suoi studi laureandosi in teologia. Continuò a muoversi tra l’ambiente accademico e quello ecclesiastico per tutto il resto della sua vita.
Le biografie raccolte nella Felsina pittrice sono accompagnate da qualsiasi documento potesse supportare i racconti, che spesso sono attinti anche dalla conoscenza diretta degli artisti e delle artiste di cui scrive, come Guido Reni ed Elisabetta Sirani, una delle pochissime pittrici ad essersi occupata anche d’incisione nonché la prima donna in Europa a gestire una scuola d’arte esclusivamente femminile. Per decenni, Malvasia si dedicò alle ricerche per la sua opera e seppur i suoi giudizi non siano sempre imparziali, resta una fortissima coerenza di fondo e una grande sensibilità e agilità nel trattare l’enorme mole di informazioni trovate.
In quest’opera, Malvasia si mette apertamente contro Vasari, che a suo dire aveva favorito eccessivamente gli artisti toscani, eppure ne riprende la struttura, consapevole del successo del suo predecessore. E per garantirsi una maggiore diffusione del suo Felsina pittrice, dedica l’opera alla Maestà Christianissima di Luigi XIV, e invia una copia alla sua corte oltre che all’ambasciatore francese a Roma.
Una seconda edizione della Felsina pittrice venne ristampata nel 1841 a cura di Giampietro Zanotti, pittore egli stesso e uno dei fondatori dell’Accademia Clementina, ossia l’Accademia di Belle Arti di Bologna. All’opera di Malvasia si aggiunge, a riprova del successo che ottenne, quello che viene impropriamente identificato come terzo volume della Felsina pittrice ma che in realtà fu scritto nel 1769 da Luigi Crespi, con il titolo Vite de’ pittori bolognesi non descritte della Felsina pittrice.