
Il suono di Bologna
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Chi dice “Bologna” dice “portici”: è impossibile immaginare la città felsinea senza i suoi chilometri di colonnati coperti, spazio quotidiano per i suoi abitanti e incanto per i turisti, ieri come oggi.
«Verso sera finalmente mi sottrassi a questa vecchia, rispettabile e dotta città, alle sue folle di gente che, protette dal sole e dal maltempo grazie ai portici fiancheggianti quasi tutte le vie, possono andar su e giù, attardarsi a curiosare, far compere e badare agli affari.» (Johann Wolfgang von Goethe, Viaggio in Italia, 1816).
Insieme alle torri, i portici sono parte fondamentale del patrimonio architettonico, artistico, storico, culturale e sociale della città. Solo dentro le mura, misurano complessivamente circa 40 km, per arrivare fino a 62 km se si tiene conto anche di quelli più esterni (come, ad esempio, quello di San Luca [sulle parole in grassetto incollare il link: https://palazzopepoli.it/il-culto-della-madonna-di-san-luca/]). Dal 28 luglio 2021 una parte dei portici di Bologna è stata riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio mondiale dell’umanità, e dal 2023 l’amministrazione organizza un festival dedicato ai portici per celebrarne l’unicità e l’importanza, che da quest’anno vede Palazzo Pepoli come uno dei punti nevralgici dell’evento.
Ma come e per quale motivo sono nati i portici a Bologna?
Le prime informazioni che abbiamo risalgono già al 1041, e ci dicono che i portici nascono dalla necessità di sostenere i piani alti delle case che andavano allargandosi sempre di più, al fine di creare un numero sempre maggiore di spazi abitativi. Le travi portanti dei solai si andavano allungando così verso l’esterno, formando delle balconate che in poco tempo ebbero bisogno di colonne capaci di sostenerne il peso. Queste strutture si diffusero in fretta, tanto che già quasi alla fine del XIII secolo leggiamo che l’amministrazione locale ordinava “che tutti coloro che sono sotto la giurisdizione del comune di Bologna, aventi case e aree fabbricabili senza portici in città e nei borghi suburbani, in luoghi in cui è consueto che vi siano, sono obbligati a far costruire il portico se non c’è, ciascuno nel proprio fontestrada; se il portico già esiste, in perpetuo devono fare la manutenzione a loro spese”.
| Scandiscono lo spazio urbano, caratterizzano la quotidianità dei cittadini e meravigliano i visitatori: i portici definiscono il volto inimitabile di Bologna |
Nonostante, dunque, l’onere economico della costruzione e del mantenimento dei portici fosse a carico dei privati, la loro funzione doveva essere pubblica: in questi spazi botteghe e officine artigiane fiorirono, attirando all’ombra delle arcate buona parte della vita cittadina.
Così Bologna si trasforma nella città dei portici e, ancora oggi, detiene due primati: quello del portico più lungo al mondo – quello di San Luca, che con i suoi 666 archi sfiora i 4km di lunghezza – e quello di città con più portici al mondo.
Passeggiando per le strade di Bologna possiamo vedere l’estrema varietà in cui l’idea del portico è stata declinata nel corso del tempo: varietà di materiali, di colori, di forme – delle colonne così come dei capitelli – di ampiezza e di altezza: il portico più largo (quasi 6 metri) è quello di della basilica di Santa Maria dei Servi, che risale alla fine del Trecento, il più stretto invece è quello di via Senzanome, largo appena 95cm, mentre quello più alto è il Portico della Zanichelli in via Irnerio, che nel punto più alto del soffitto a cassettoni raggiunge i 12,94 metri.
L’UNESCO ha riconosciuto 12 di questi portici come patrimonio mondiale dell’umanità per il loro valore – non solo architettonico, ma anche culturale e sociale – unico al mondo:
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