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«I Bolognesi parlano la lingua più bella di tutte…»

In occasione del Dantedì, ricordiamo le parole del Sommo Poeta sulla lingua bolognese

«Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura
ché la diritta via era smarrita»

Secondo molti commentatori di quella che è forse l’opera letteraria più famosa del mondo, il viaggio di Dante nella selva oscura inizia nella notte tra il 24 e il 25 marzo del 1300, ed è per questo che dal 2020 il Ministero della Cultura ha istituito per il 25 marzo il Dantedì, una giornata dedicata a uno dei padri della lingua italiana.

In un’epoca in cui il latino godeva di grandissimo prestigio ed era considerato l’unica lingua adatta alle opere letterarie, Dante sceglie di scrivere il suo capolavoro, la Commedia, in volgare. La motivazione alla base di questa decisione non è casuale ma frutto di un’idea tanto semplice quanto, a suo tempo, innovativa: le lingue cosiddette volgari erano, secondo il Poeta, altrettanto ricche di valore e meritevoli di uscire dal parlato quotidiano per affacciarsi alla sacra dimensione della creazione poetica.

Ma per Dante non tutte le lingue volgari hanno lo stesso pregio, la stessa eleganza e musicalità. Nel De vulgari eloquentia – scritto in latino per rivolgersi a quel pubblico di dotti ed eruditi a cui voleva dimostrare il valore della sua tesi – Dante cerca tra le nuove lingue un volgare illustre, ovvero quello che, tra le diverse parlate della penisola, avesse le caratteristiche adatte a rappresentare l’Italia dal punto di vista letterario.

Pannello dedicato a Dante Alighieri all’interno della corte coperta di Palazzo Pepoli

Analizzando con attenzione tutte le parlate da nord a sud, ricostruendone la storia e sottolineandone i pregi e i difetti, Dante spende le sue lodi per una lingua in particolare:

«Diciamo allora che forse non giudicano male quanti affermano che i Bolognesi parlano la lingua più bella di tutte […] Ed è così che gli abitanti della città suddetta prendono dagli Imolesi il morbido e il molle, e invece dai Ferraresi a dai Modenesi una certa chioccia asprezza che è propria dei Lombardi […] Se dunque i Bolognesi, come si è detto, prendono da ambedue le parti, appare ragionevole che la loro lingua, per la mescolanza di caratteri opposti nel modo che si è detto, venga a risultare, così contemperata, di una soavità degna di lode: e a nostro giudizio le cose stanno così, fuori di dubbio».

Una lingua, quindi, che mescola morbidezza e asprezza, che genera una soavità degna di lode e che viene considerata la più bella di tutte: quale complimento più grande e importante di questo potrebbe ricevere?

A conclusione della sua lunga analisi, Dante spiega che la lingua che sta cercando esiste solo in potenza, e che deve essere un prodotto deduttivo di tutti i volgari, una sorta di unità linguistica creata ad hoc dai letterati. E se pure il bolognese non viene eletto come volgare illustre, non possiamo che ripensare con un pizzico di orgoglio alle sue divine parole.

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