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Bologna, città dei libri

La storia dell’editoria italiana, dal Medioevo a oggi, passa da Bologna…

A partire dalla metà del Quattrocento si inizia a diffondere in Europa l’invenzione della stampa a caratteri mobili, ma già da prima Bologna era uno dei più importanti e variegati centri librari italiani, soprattutto grazie alla presenza dell’Università.

Già nel Medioevo, in quella che oggi è via Farini, tra via D’Azeglio e Piazza Galvani, esisteva una via dei libri in cui era possibile trovare botteghe che vendevano oggetti attinenti alla produzione libraria, tra cui le peciae.

Le peciae erano una particolare tipologia di manoscritto tipica della produzione libraria medievale: si trattava di fascicoli ottenuti dalla piegatura in quattro della ‘pezza’ di pergamena ricavata da una pelle intera. Tra il XIII e il XV secolo, a Bologna (e anche a Parigi) si usava dividere il manoscritto utilizzato per l’insegnamento all’Università in peciae sciolte e numerate, che venivano depositate nella bottega di un libraio. Questo affittava i fascicoli a una tariffa fissata dall’Università stessa a più copisti contemporaneamente, i quali realizzavano le riproduzioni da vendere poi agli studenti. Da qui viene anche il significato secondario di peciae come unità di misura fissata per il pagamento dei copisti (un po’ come è oggi la cartella per chi si occupa di correzione di bozze, editing e traduzione).

L’avvento della stampa fu quindi una rivoluzione che travolse una filiera già consolidata. Per quanto, almeno nei primi anni, il passaggio da una tecnica di riproduzione all’altra fu graduale: copisti e compositori tipografici, miniatori e incisori condividevano gli stessi spazi e lo stesso ambito di mercato.

Il primo editore bolognese fu Baldassarre Azzoguidi che, nel 1470, introdusse la nuova arte tipografica nella città. La tipografia si stava già diffondendo nella penisola, da Roma a Venezia, Milano e Firenze, e Azzoguidi era ben consapevole che una città come Bologna – che era già nota da secoli come centro di diffusione di testi di alta cultura, soprattutto in materia giuridica, grazie al lavoro della sua corporazione di copisti – doveva restare al passo con i tempi e adattarsi alle nuove tecnologie.

Il 25 ottobre del 1470 viene così fondata la società editoriale di Baldassarre Azzoguidi insieme agli amici Francesco Dal Pozzo e Annibale Malpigli, che si divisero i compiti con un’organizzazione che anticipa quella delle attuali case editrici: ad Azzoguidi, che veniva da una ricca famiglia e che era immatricolato nel registro dei banchieri già da qualche anno, toccò il compito di procurare il capitale e i locali in cui si sarebbe svolto il lavoro; Dal Pozzo, che aveva portato a termine gli studi umanistici a Milano e che a Bologna lavorava come lettore di retorica e poesia all’Università, fu incaricato di scegliere i testi da stampare e correggere le bozze di stampa; Malpigli, che oltre a essere dentro l’ambiente universitario bolognese gravitava anche attorno a quello di Padova, la sua città d’origine, si occupava di diffondere i testi stampati nei due atenei e in tutto il resto della penisola.

La loro attività durò fino al 1473, periodo durante il quale diedero alle stampe pochi titoli. Azzoguidi continuò però la sua attività di editore con il fratello Pietro fino al 1480, arricchendo il suo catalogo di una ventina di titoli.

La collaborazione tra Università e editoria continuò anche nei secoli a venire: nel Cinquecento spicca il nome di Carlo Sigonio, storico eruditissimo che per primo si occupò di storia medievale; nel Settecento Lelio della Volpe diventò uno degli editori e librai più noti della città, accostando alle stampe di opere originali anche il commercio di edizioni straniere, trasformando il suo negozio in uno dei salotti letterari più importanti di Bologna.

Alcuni dei volumi in mostra nel percorso del Museo della Storia di Bologna di Palazzo Pepoli

Il mercato bolognese delle opere a stampa riuscì a reggere il confronto con Venezia e Aldo Manuzio, che pure dovevano il loro successo a un tipografo di Bologna, Francesco Griffi, il quale inventò il carattere corsivo, chiamato “aldino” in onore di Manuzio e, all’estero, “italico”. Questo carattere fu impiegato per la prima volta nel 1501 nell’edizione dell’opera omnia di Virgilio e venne subito imitato anche dagli stampatori d’oltralpe. Griffi riuscì anche a mettersi in proprio stampando i primi “tascabili” – iniziando con un’edizione del Canzoniere di Petrarca – ma il suo successo si interruppe bruscamente quando nel 1518 venne condotto sul patibolo per l’omicidio del genero.

Dalla seconda metà del XVI secolo la stampa italiana dovette fare i conti anche con l’opera censoria dell’Inquisizione, che portò a una crisi nel settore. Stampatori e librai dovevano attenersi a un giuramento annuale che obbligava “a non esser mai per istampare o vender libro non approvato, e molti di loro finirono in carcere per le loro attività commerciali. La censura dell’Inquisizione non risparmiò neppure opere estremamente note e persino un’edizione della Commedia dantesca si vide rifiutato il permesso di stampa.

Già dai primi anni la stampa bolognese non si limitò però ai soli testi di giurisprudenza o di letteratura classica, utili soprattutto in ambito accademico, ma espandeva la sua area di interesse anche ad altri campi: dai bandi, proclami e avvisi di varia natura alle canzoni popolari e la poesia, fino alle opere di devozione. Dal Seicento – mentre l’aspetto grafico delle stampe perdeva la rigidità e la sobrietà del secolo precedente, arricchendosi di decorazioni fastose e ornamenti – crebbe il numero di pubblicazioni di tipo popolare. Dal 1642, infatti, cominciarono a circolare i primi Avvisi di Bologna a stampa, una sorta di prototipo dei giornali di cronaca, che andarono sostituendo le vecchie versioni manoscritte.

Il 1796, con l’arrivo dei francesi, segna l’avvio della libertà di stampa e la pubblicazione di molte opere straniere. Le calcografie dell’epoca – utilizzate nei frontespizi dei libri – introdussero le allegorie di Fratellanza e Libertà, pur mantenendo sullo sfondo l’immagine delle Due Torri, simbolo della città. Con il passare degli anni, inoltre, si erano moltiplicati i giornali e altre pubblicazioni di stampo maggiormente popolare, come quelli che si trovano esposti nel percorso del Museo della Storia di Palazzo Pepoli.

Nel 1848, con la riconquista austriaca fece ritorno anche la censura e, inevitabilmente, cominciarono a prosperare le pubblicazioni insurrezionaliste contro l’occupazione. Dall’Unità d’Italia, Bologna risentì la concorrenza delle nuove capitali economiche e politiche, soprattutto in un periodo in cui il mercato editoriale iniziava a specializzarsi e suddividere le competenze tra editori, tipografi e librai. Questo non impedì comunque la nascita di grandi nomi. Tra queste, c’è Zanichelli, fondata a Modena nel 1859 e trasferita a Bologna nel 1866, prima casa editrice italiana a pubblicare Sull’origine delle specie per selezione naturale di Charles Darwin e Sulla teoria speciale e generale della relatività di Albert Einstein. Ma anche Cappelli, nata a Rocca San Casciano, nel forlivese, nel 1883 e trasferita a Bologna nel 1914, nel cui catalogo figurano, opere letterarie e di narrativa, ma anche di chimica, fisica e medicina, per poi approdare a testi inerenti il mondo dello spettacolo.

Più recente infine è la nascita della casa editrice Il Mulino, fondata nel 1954 e oggi attiva soprattutto nel campo della manualistica e della saggistica.

Una storia lunga, che inizia dal Medioevo e arriva fino ai nostri giorni, e che riflette il ruolo preponderante

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