
Bologna: città delle acque, città della seta
Le acque “inventate” della città sono diventate parte di quella Bologna che, fino a qualche secolo fa, era una piccola Venezia lontana dal mare.
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La fine dell’Ottocento vide a Bologna l’esplodere dell’interesse per il passato più remoto della città: dal 1869 iniziarono gli scavi che portarono alla luce i resti della cultura etrusca. Un mondo lontano secoli e secoli, un popolo praticamente sconosciuto, ancora più antico della Repubblica romana, che aveva vissuto sotto quello stesso cielo e che aveva chiamato quel luogo Felsina.
Ovviamente, quello attorno agli Etruschi era un dibattito che incendiava gli animi non soltanto delle classi più agiate e degli intellettuali, ma appassionava anche gli ambienti più popolari della città, influenzando l’immaginario collettivo.
Il Carnevale restava una festa attesa e partecipata, come sempre. Era una tradizione di lunghissima data che trasformava il volto della città e che, scandendo il calendario tra riti sacri e altri più mondani, definiva il carattere di Bologna. Eppure, da qualche tempo il reiterarsi anno dopo anno delle stesse abitudini iniziava a svuotarle di significato, mentre pian piano calava l’interesse e l’entusiasmo dei cittadini.
Così, nel 1874 la Società del Dottor Balanzone decise di ravvivare quei giorni di sovvertimento di regole e gerarchie: mise da parte le maschere più classiche e pescò a piene mani da quell’immaginario nuovo che tanto stava appassionando i bolognesi. Mentre sepolture, corredi e sarcofagi riemergevano dagli scavi, svelando un passato misterioso e affascinante, gli Etruschi in carne e ossa tornarono trionfalmente a Bologna!
Per giorni, manifesti giganti avevano tappezzato tutta la città e al commediografo Emilio Roncaglia venne commissionato un poemetto in versi per l’occasione: Balanzoneide. Descrizione dell’ingresso degli Etruschi a Bologna e della grande festa alla Montagnola nel carnevale dell’anno 1874, pubblicato in due puntate su un giornale locale.
Venne quindi organizzata una grandiosa sfilata: i nobili, seduti sui loro carri eleganti, e la gente del popolo, con i suoi strumenti di lavoro. Sfilavano i sacerdoti, conoscitori di riti antichi, e i soldati, con le loro armature smaglianti.
Quella che la Società del Dottor Balanzone si era proposta di mettere in scena non era una semplice parata che cavalcava l’entusiasmo per le nuove scoperte, né voleva limitarsi alla pura sensazionalità. Accanto alla volontà di regalare alla città un Carnevale grandioso c’era anche, più velatamente, un intento didascalico. La Storia si faceva spettacolo, l’archeologia usciva dai Musei e dall’Accademia, e diventava un gioco a cui tutti potevano partecipare. Eppure, nulla - o quasi - fu lasciato al caso.
Per ottenere tutto ciò, la Società aveva visitato più volte il Museo Civico di Bologna e aveva visionato e studiato i reperti di altre località, come Marzabotto e Villanova, fino a quelli custoditi al Museo Gregoriano Etrusco di Roma. Inoltre, nei giorni del Carnevale, il Museo Civico di Bologna rimase aperto al pubblico, per dar modo a tutti di osservare i reperti originali e ammirare la fedeltà con cui era stata messa in scena la parata.
Balanzoneide - come il poemetto di Roncaglia - fu il nome che venne dato pure alla più “carnevalesca” delle rappresentazioni di quella giornata: in Montagnola, sullo sfondo di un castello dipinto come una quinta teatrale, i bolognesi del presente e i loro avi etruschi si sfidarono in duelli dal sapore epico, mentre i giovani cittadini giocavano a rapire le loro esotiche antenate.
I giornali locali, però, non risparmiarono le critiche. Nonostante i nobilissimi intenti della rappresentazione, è certo che tra gli uomini e le donne che sfilarono non c’erano attori né professionisti, bensì cittadini che si erano messi in gioco con i propri mezzi. Era facile riconoscere chi si celava dietro gli abiti eleganti di una nobildonna e gli improvvisati soldati in armatura cedevano al freddo di febbraio, distruggendo l’illusione con soprabiti moderni.
Se le penne della stampa affondarono impietose stilettate sul corteo, d’altro canto il pubblico gradì l’idea. Anche le testate più critiche dovettero testimoniare una partecipazione straordinaria: non soltanto i bolognesi, ma anche più di quindicimila visitatori si ammassarono per le strade, sui balconi e i palchi.
A leggere i resoconti, possiamo immaginare un esperimento riuscito, anche se solo in parte: mentre il pubblico si entusiasmava per l’accuratezza della ricostruzione e per l’effetto scenografico nel complesso, l’inevitabile sensazione di familiarità - non era difficile, certo, che qualcuno dal corteo riconoscesse amici e parenti tra la folla di spettatori e viceversa - ridimensionava moltissimo, quando non annullava completamente, l’inganno e la meraviglia di quel “viaggio nel tempo”.
L’ingenuità più grossolana fu forse quello di trascinare la più importante scoperta archeologica e storica dell’epoca all’interno della meno austera e seria tra tutte le festività del calendario, spogliando il popolo etrusco della sua aura mitologica per rivestirlo di un’umanità fin troppo schietta e popolare. Ci fu, insomma, chi lo ricordò come una clamorosa disfatta, e già tre anni dopo, nel 1877, l’aspetto più commerciale della festa prese il sopravvento e ai tradizionali festeggiamenti, alle maschere e alle sfilate iniziarono ad affiancarsi negozi, bancarelle e fiere campionarie.
Ma nella mente di molti quel visionario esperimento che fu il Carnevale del 1874 rimase uno straordinario successo: fu in quegli anni, infatti, che si fece popolare il modo di dire “Am pèr un Etròssc” (“Sembra un etrusco”) per indicare qualcuno che ha un aspetto stravagante e un po’ dismesso, proprio come i figuranti di quella strana sfilata che, per proteggersi dal freddo, alternavano i costumi di un’altra epoca con delle comunissime - e per loro futuristiche - mantelle.
L'immagine di apertura di questo articolo è tratta dal sito Storia e Memoria di Bologna.