
Bologna: città delle acque, città della seta
Le acque “inventate” della città sono diventate parte di quella Bologna che, fino a qualche secolo fa, era una piccola Venezia lontana dal mare.
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È la sera del 31 ottobre 1926 e a Bologna termina una lunga giornata di festeggiamenti. Mussolini in persona è in città, ha presenziato all’inaugurazione dello Stadio Littoriale, “primo anfiteatro della rivoluzione fascista”, e il congresso scientifico all’Archiginnasio. Bologna è così diventata il teatro delle celebrazioni per il quarto anniversario dalla sua nomina a primo ministro e dall’insediamento del primo governo fascista. Un grandissimo successo che si conclude con la parata, su un’Alfa Romeo rossa e scoperta, del duce verso la stazione. A guidare è Leandro Arpinati, fascista della prima ora e amico di Mussolini. Dall’Archiginnasio, Arpinati svolta verso via dell’Indipendenza.
Il suono secco di alcuni colpi di pistola rimbomba nell’aria e stravolge il clima di festa.
Mussolini, bersaglio degli spari, è rimasto illeso: uno dei proiettili ha lacerato la fascia del Gran Cordone Mauriziano - che per anni rimarrà esposta come un cimelio nel negozio di Giuseppe Ambrosi, entusiasta squadrista - e poi si è conficcato nell’imbottitura dell’automobile.
Nel panico generale, uno dei comandanti delle compagnie che proteggevano il duce in occasione degli eventi di Bologna e che si trovava proprio nel servizio d’ordine di via dell’Indipendenza ferma un ragazzo, mentre viene immediatamente raggiunto dagli squadristi di Arpinati e dagli arditi di Milano capeggiati da Albino Volpi.
In pochissimi minuti, celebrano il processo ed eseguono la condanna. Il presunto colpevole viene linciato sul posto dai fascisti.
Ma la storia di quell’attentato non finisce così.
Il militare che per primo ha fermato e accusato il ragazzo è Carlo Alberto Pasolini, il cui nome ci suona familiare perché padre di Pier Paolo, scrittore e regista. Arpinati e Volpi, invece, sono soprattutto conosciuti grazie alla loro “carriera” di squadristi: il primo era uno dei capi delle camicie nere di Bologna, responsabile di diversi episodi di violenza e di omicidi, il secondo era stato uno degli assassini dell’onorevole Giacomo Matteotti.
Il giovane accusato e subito massacrato, invece, è Anteo Zamboni, un ragazzino che, il giorno dell’attentato, ha quindici anni, ma ne dimostra anche meno. Chi lo conosce lo descrive come schivo e taciturno, forse un po’ timido. Lavora come fattorino nella tipografia del padre, Mammolo Zamboni, noto per i suoi trascorsi da anarchico ma che, negli ultimi anni e per ragioni soprattutto economiche, si era reinventato fascista e nella sua tipografia stampava i fogli di propaganda per la sezione bolognese.
Se pure la colpevolezza di Anteo non viene messa in discussione - e, anzi, verrà poi rivendicata dagli ambienti antifascisti che continueranno sempre a guardare al giovane Zamboni come un martire della libertà - la vicenda appare poco chiara fin dagli inizi.
Le prime indagini coinvolgono gli stessi ambienti squadristi e, in particolare, Leandro Arpinati. Nonostante la sua vicinanza a Mussolini e alla sua fama di fascista fedele, Arpinati aveva anche lui un passato da anarchico e conosceva molto bene Mammolo Zamboni. La pista, però, non porta a nulla, così il dito viene puntato su Roberto Farinacci, altra camicia nera, noto per essere in rotta con il fascismo istituzionale e, in particolare, con Mussolini.
Nonostante entrambi i primi sospetti potessero essere fondati, l’idea di indagare all’interno del partito fascista stesso e di mostrarne le contraddizioni e le fragilità diventa fin troppo pericolosa, e così le autorità impongono di concentrarsi altrove ed evitare scossoni e scandali troppo vicini al duce.
Diventa utile, quindi, la figura dell’attentatore isolato come poteva essere Anteo Zamboni, un anarchico idealista che spara all’incarnazione del potere, come aveva fatto poco più di un quarto di secolo prima Giacomo Bresci e che, forse, proprio da Bresci aveva preso ispirazione per le modalità dell’attentato.
Ma se Bresci, che pure era stato subito riconosciuto e catturato, aveva avuto la possibilità di dichiarare il suo intento e i suoi principi, Zamboni non ebbe mai modo di confermare le accuse o di difendersi.
I dubbi su come andarono i fatti di quella giornata restano ancora oggi e non mancano le studiose e gli studiosi che si domandano se è davvero plausibile che un ragazzino di quindici anni avesse potuto organizzare da solo un attentato contro l’uomo più potente di tutta l'Italia. Forse Anteo Zamboni era stato influenzato, o addirittura guidato, dai membri più anziani della sua famiglia: il fratello Ludovico - che però quel giorno si trovava a Milano e che, quindi, non avrebbe potuto partecipare materialmente all’attentato - il padre, o la zia Virginia Tabarroni, nota per le sue convinte idee antifasciste.
Il Tribunale Speciale, all’epoca dei fatti, insiste proprio sul coinvolgimento familiare, portando a sostegno delle sue accuse l’appartenenza di Mammolo e di tutta la famiglia ad ambienti anarchici e antifascisti, ma senza avere alcuna prova concreta. Padre e zia vengono comunque condannati a trent’anni di prigione per l’influenza sul giovane, mentre Ludovico e l’altro fratello maggiore di Anteo, Assunto, vengono assolti dal caso specifico, ma condannati a 5 anni di confino in quanto elementi pericolosi.
Anni dopo, nel 1932, Guido Cristini, presidente del Tribunale Speciale, dichiarerà di aver condannato Mammolo e Virginia pur convinto della loro innocenza, e di aver agito sotto pressione del duce stesso. Per questa ammissione, Cristini sarà costretto a dimettersi.
I familiari di Anteo - e, soprattutto, Anteo stesso - non erano i primi anarchici condannati solo per le loro idee, e non sarebbero stati gli ultimi.
Eppure, qualche anno dopo Mussolini decide di graziare i due fratelli, non tanto per magnanimità d’animo ma per la pressione di Arpinati stesso che all’epoca era sottosegretario agli Interni. A muovere Arpinati era stato soprattutto il cambio di fronte di Assunto Zamboni. Questi si era rifugiato in Svizzera nel 1931 ed era subito entrato in contatto con gli ambienti antifascisti ticinesi e aveva preso a lavorare nella redazione del giornale socialista “Libera Stampa”, ma poco dopo fu convinto da una spia dell’OVRA, Graziella Roda, a lavorare come delatore contro i suoi stessi compagni.
A cambiare repentinamente bandiera non fu solo Assunto. Alla fine della guerra e con la caduta del regime fascista, anche Mammolo iniziò a raccontare in modo differente la storia del figlio: se fino ad allora ne aveva strenuamente proclamato l’innocenza e la totale estraneità ai fatti, ora invece ne rivendica il ruolo nell’attentato, trasformando Anteo da vittima innocente della furia fascista a martire e simbolo dell’antifascismo, che aveva agito in piena coscienza, pronto al sacrificio in nome della libertà. Se aveva sempre sostenuto il contrario, si giustificava, era solo per proteggere la sua famiglia.
Mussolini tornerà nel capoluogo emiliano solo dieci anni dopo i fatti di quel 31 ottobre e anche lui, in quell’occasione, condannerà la brutale uccisione di quel ragazzo, uno dei tanti martiri della ferocia fascista.
Restano però tantissime domande su quel 31 ottobre 1926 e nessuna certezza sul ruolo di tutte le persone coinvolte. La storia propone due teorie: la prima è che Anteo Zamboni è un giovane anarchico che odia visceralmente il fascismo e che davanti all’occasione di uccidere l’uomo che più al mondo ne incarna lo spirito e gli ideali, non può fare altro che coglierla. Nonostante il suo carattere timido e riservato, da fondo a tutto il suo coraggio: spara e, anche se manca il bersaglio, muore linciato dalla folla, diventando il “martire giovinetto”.
La seconda ipotesi è più articolata e complessa: il rapporto - a prima vista inspiegabile - tra il fascista Leandro Arpinati e l’anarchico Mammolo Zamboni non è che la punta di un iceberg che suggerisce tensioni e spaccature all’interno dello stesso partito fascista. L’attentato, dunque, si può leggere come una risposta a quel bisogno di trovare un catalizzatore capace di portare a un ulteriore inasprimento del regime. Subito dopo, infatti, vengono promulgate le leggi eccezionali che di fatto apriranno la strada all’instaurazione della dittatura vera e propria.
Dove sta, dunque, la verità? Anteo era un valoroso eroe, giovane e idealista, votato al sacrificio pur di uccidere l’odiato tiranno, o era una marionetta inconsapevole, intrappolato in un gioco più grande di lui? O, ancora, si trattò solo di una vittima casuale, un ragazzino che ebbe la sfortuna di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato?
Probabilmente sarà impossibile trovare una risposta, ma quello che fa grandi personaggi storici come Anteo Zamboni è la loro capacità di raccontare la complessità della Storia, dei regimi, di chi li sostiene e di chi vi si oppone strenuamente.
Anteo Zamboni si libera così dalla gabbia del simbolo per diventare antifascista, anarchico, inconsapevole, attentatore, innocente, vittima, martire, eroe. O solo un ragazzino vissuto in un mondo del tutto sbagliato.
L'immagine di copertina di questo articolo, in cui è raffigurata la targa in memoria di Anteo Zamboni in Piazza del Nettuno, è tratta dal sito Storia e Memoria di Bologna