
Il suono di Bologna
Torniamo a esplorare le eccellenze De.Co. immergendoci nei laboratori dei liutai.
Oggi aperto: 10:00 – 19:00
Scopri tutte le informazioni per accedere al Palazzo
Tra il 1680 e il 1690 un anonimo scultore crea quello che è rimasto un unicum nel panorama artistico bolognese, un ciclo di dodici busti in terracotta raffiguranti altrettante donne illustri di Bologna. Donne che si erano imposte sulla scena culturale della città tra il XIII e il XVII secolo, la cui fama, a dispetto del passare del tempo, era ancora tale che i signori di Palazzo Fibbia (che nella sua lunga storia ha cambiato più volte nome e oggi è noto come Palazzo Calzolari, in via Galliera 14) decidono di decorare una delle sale della residenza con i loro ritratti.
Questa antica collocazione dei busti è testimoniata da due miniature settecentesche, note come Insigna degli anziani, attualmente conservate all’Archivio di Stato di Bologna. Grazie a queste immagini possiamo viaggiare indietro nel tempo fino al 1716 quando i busti troneggiavano sopra le porte del salone di casa Fibbia.
Oggi è possibile ammirarli nella Sala della Cultura del Museo della Storia di Bologna, a Palazzo Pepoli e, grazie a un antico manoscritto conservato all’Archiginnasio che riporta interamente i testi incisi sui loro basamenti, possiamo conoscere le loro identità e le loro storie.
Chi erano dunque queste donne, così importanti per la città da spiccare in un contesto sociale storicamente dominato da signori, intellettuali, dottori, magistrati e artisti uomini?
Tra loro troviamo poetesse, giuriste, pittrici e scultrici, donne dotate di talento, cultura e fascino, capaci di tirarsi fuori dagli spazi angusti dei ruoli socialmente accettati per il loro genere – allora più che adesso.
La prima, in ordine cronologico, è Bettisia Gozzadini, una giurista vissuta tra il 1209 e il 1261. La famiglia Gozzadini era nota in città non solo per l’attività bancaria e le ricchezze, ma anche per le brillanti carriere dei suoi membri negli ambiti medici e giuridici. Fin da bambina, Bettisia si faceva notare per la sua intelligenza e le sue capacità nello studio, oltre che per lo scarso interesse verso le cosiddette arti femminili e per l’abitudine di vestirsi con abiti maschili. Il suo successo negli studi di giurisprudenza non le valse solo la definizione, da parte dei suoi maestri, di mostro eccezionale ma la portò ad ottenere, nel 1237, la cattedra di diritto all’Università di Bologna: probabilmente, era la prima volta che una donna ricopriva un ruolo così importante in un ateneo. Nella Historia di Bologna (1596), la sua presenza viene menzionata anche in importanti momenti istituzionali della città, a conferma della sua rilevanza nella vita pubblica e culturale dell’epoca.
Giovanna Bianchetti Bonsignori è una poetessa e giurista del XIV secolo. Giovanna era famosa per l’eleganza del suo eloquio, per la sua brillante intelligenza e la sua cultura – in molti raccontano che sapeva parlare l’italiano, il tedesco, il boemo, il polacco, ma anche il latino e il greco – e sono queste le doti che le assicurarono un posto privilegiato alla corte dell’imperatore Carlo IV. Le sue composizioni poetiche sono riportate in diverse antologie per secoli, e anche nei testi di carattere storico, dove accompagnano le informazioni sulla sua vita straordinaria.
| Uno dei busti, attualmente esposti nella Sala della Cultura di Palazzo Pepoli |
Novella e Bettina Calderini iniziarono a studiare diritto fin da bambine grazie all’educazione impartita dai genitori Giovanni d’Andrea e Milanzia dell’Ospedale, dotti giuristi dell’epoca. Divenute a loro volta cultrici di scienza del diritto nel corso della prima metà del XIV secolo, erano note non soltanto per la loro cultura ma anche per una bellezza così straordinaria da sfiorare la leggenda: di Novella, che sostituì alla cattedra il marito Giovanni da Legnano quando fu chiamato alla curia papale, si racconta che dovesse far lezione con il volto nascosto da un velo o celata dietro una tenda, così da non distrarre gli studenti. Anche di Bettina, canonista, si dice che insegnasse all’Università di Padova, città dove era giunta per seguire il marito Giovanni Sangiorgi e dove a volte prendeva il suo posto in cattedra.
Tra le tante esperte di giurisprudenza si distingue la figura di Dorotea Bocchi, vissuta tra il 1360 e il 1436. Figlia del famoso medico Giovanni Bocchi, Dorotea seguì le sue orme e, conseguito il dottorato, si dice che per circa quarant’anni insegnò filosofia e medicina dalla cattedra precedentemente occupata dal padre. Conosciamo l’entità del suo compenso, cento lire, una cifra elevata per l’epoca, prova della stima che l’Università nutriva per lei.
Come per le altre donne che le stanno vicine in questa collezione di busti, su Dorotea ci sono voci contrastanti circa la sua effettiva professione di docente universitaria. Ma è facile immaginare come questo tipo di informazioni non subisca solo l’erosione del tempo ma anche quella di un sistema di pensiero che escludeva puntualmente le donne da molte istituzioni, e che voleva cancellare la memoria di quelle che effettivamente ricoprirono ruoli così importanti.
Anche Maddalena Bonsignori Bianchetti, vissuta nella seconda metà del XIV secolo, è una studiosa e docente di diritto all’Università di Bologna. Troviamo la sua firma in calce al De Legibus Connubialibus (Delle leggi coniugali), un testo in latino in cui Maddalena non soltanto parla delle norme che regolano il matrimonio, ma cerca di coniugare la vita professionale delle donne con il loro ruolo nella sfera privata.
Properzia de’ Rossi viene ricordata tutt’oggi come la prima scultrice della storia europea. Nata alla fine del ‘400, Properzia non era figlia d’arte – il padre era un notaio – ma era riuscita a formarsi come scultrice e intagliatrice di gemme nella bottega dell’incisore Marcantonio Raimondi. Tra il 1525 e il 1526 lavora nel cantiere della Basilica di San Petronio insieme ad altri famosi artisti dell’epoca. L’eccezionalità della sua presenza in un contesto simile, oltre al suo straordinario talento, desta lo stupore di Vasari che parlerà di lei nelle Vite, in cui Properzia è l’unica donna a figurare: era la sola a mettere le sue “tenere e bianchissime mani nelle cose meccaniche, e fra la ruvidezza de’ marmi e l’asprezza del ferro”. Vasari accosta i lavori eseguiti da Properzia per la basilica – dei bassorilievi con scene bibliche – all’elegante maniera di Raffaello e al plasticismo di Michelangelo. Il suo talento e la sua bellezza suscitavano meraviglia ma anche invidia: sappiamo che subì diversi processi, una prima volta accusata di concubinaggio e qualche anno dopo per aggressione. Tra gli accusanti figurano i nomi di artisti a lei contemporanei e notoriamente ostili, che cercavano di screditarla e rovinarne la carriera, senza riuscire però a intaccare la sua fama che resiste ancora oggi.
| L'esposizione di Sala della Cultura permette di osservare i busti da ogni angolazione, grazie agli specchi che li circondano |
Altri primati segnano la carriera di Lavinia Fontana, nata nel 1552 e ricordata per essere stata la prima pittrice a realizzare una pala d’altare (Madonna Assunta di Ponte Santo) e a dipingere un nudo femminile (Minerva nell’atto di vestirsi). Lavinia era famosa come ritrattista ma nel catalogo delle sue opere troviamo anche soggetti mitologici o biblici. A inizio ‘600 papa Gregorio XIII la chiama a Roma, dove Lavinia lavora soprattutto per la corte papale e si guadagna il titolo di “Pontificia Pittrice”. La fama di cui godeva già presso i suoi contemporanei è testimoniata dal grande numero di opere giunte fino a noi, un record tra le pittrici del Rinascimento.
Costanza Bocchi è una poetessa della seconda metà del XVI secolo, figlia dell’umanista Achille che le insegnò latino e greco e l’avvicinò all’amore per le lingue classiche e per la scrittura. La sua storia personale, terminata precocemente, si lega a quella della nobile famiglia Malvezzi grazie al matrimonio con Giovanni Francesco.
Un’altra famosa poetessa è Cornelia Zambeccari, vissuta alla fine del ‘500, il cui ritratto è tra i più vicini all’epoca in cui furono realizzati i busti di questo ciclo. Le sue opere erano molto apprezzate e di lei parla Orlandi nel suo Notizie degli scrittori bolognesi. È ritratta non più giovanissima e con il volto chiuso in un’espressione austera, diverso da quello degli altri busti, probabilmente in segno di lutto per la sua vedovanza.
Ippolita Paleotti è un’altra poetessa e studiosa di lettere classiche, vissuta nel XVI secolo. La sua conoscenza della poesia classica, delle sue forme espressive e delle sue regole, e la sua capacità di comporre anche in greco e latino viene celebrata nel 1581, durante l’elegia funebre in suo onore.
L’ultimo ritratto del ciclo è dedicato a Elisabetta Sirani, pittrice vissuta tra il 1638 e il 1665, e fondatrice di una propria scuola d’arte. Era allieva di Guido Reni e le sue opere avevano tanto successo da suscitare gelosie e invidie nei suoi contemporanei. La sua morte, avvenuta quando aveva solo ventisette anni, fu tanto improvvisa e inspiegabile che venne incriminata per avvelenamento la domestica di famiglia, di cui poi si attestò l’innocenza.
Oggi è possibile fare la conoscenza di queste donne così importanti per Bologna, ricordare o scoprire per la prima volta la loro storia, visitando la Sala della Cultura di Palazzo Pepoli, dove sono esposti i busti.