
Frida Kahlo - Lo sguardo come identità

A quasi centovent’anni dalla sua nascita, Frida Kahlo resta tutt’oggi un’artista profondamente contemporanea. Frida era ed è un’icona, un simbolo di resistenza attiva, di lotta, di orgoglio per la propria identità e la propria origine. Ed è a lei che è dedicata la mostra temporanea ospitata a Palazzo Pepoli dal 28 marzo al 27 settembre 2026: una raccolta di ritratti delle più grandi firme internazionali della fotografia, che indaga l’identità della grande artista messicana.
L’indagine capillare e feroce sulla propria immagine, restituita tanto nella sua produzione artistica quanto nei numerosi ritratti fotografici per cui ha posato, nasce da presupposti autobiografici ma li supera ampiamente. La sua identità è consapevole e costruita, è espressione non soltanto del difficile rapporto con il suo corpo e con il dolore, ma si fa fin da subito strumento delle sue idee politiche.
Lo sguardo fiero, le acconciature e l’abbigliamento, le grosse sopracciglia unite, la peluria sulle labbra che le conferisce un’aria quasi androgina: Frida Kahlo ha plasmato il suo aspetto, ha trattato il suo corpo come fosse materia d’arte, l’ha vestito di abiti che sono rivendicazione culturale e politica, ha persino spostato la sua data di nascita così da essere ufficialmente figlia della Rivoluzione messicana.
L’immagine di Frida vive in un continuo gioco di echi e di rimandi tra arte ed esistenza quotidiana, tra pittura e carne, e nessuno dei suoi sé - reale, dipinto, fotografato - è meno vivo degli altri.
A diciott’anni subisce più di trenta interventi chirurgici in seguito a uno spaventoso incidente. Costretta a una lunga degenza, trascorre mesi in un letto a baldacchino, su cui sua madre fa montare uno specchio. Frida si osserva, si studia e si dipinge. La sua prima opera è un autoritratto, l’inizio di una lunghissima serie. Attraverso la pittura, Frida restituisce un’immagine di sé che accetta e sublima il dolore e che, soprattutto, non si lascia mai vincere dalla sofferenza. Un’immagine viva e fiera, un mito costruito su tela, pennellata dopo pennellata.
Ma se la pittura dà forma al mito, la fotografia lo moltiplica. E il rapporto dell’artista messicana con la macchina fotografica nasce prestissimo: suo padre Guillermo Kahlo Kauffman è un fotografo di origine tedesca, immigrato in Messico pochi anni prima della nascita della figlia. È lui l’autore dei primi ritratti di Frida, che già da bambina rivolge alla macchina lo sguardo fermo e risoluto che caratterizzerà la sua immagine futura.
In un periodo storico in cui la fotografia è ancora un’arte giovane, che sta costruendo sé stessa e il suo spazio all’interno del ben più antico universo della creazione artistica, Frida Kahlo non soltanto non rifugge mai l’obiettivo ma, anzi, lo cerca. Posa per amici, amanti, familiari, reporter, gioca con posizioni e atteggiamenti, sperimenta abiti e travestimenti per mutare la sua identità, in un fluire di femminile e maschile mai nettamente separati e riconoscibili.
Frida Kahlo - Lo sguardo come identità è la mostra attualmente che celebra questo intreccio tra identità e mito, tra esistenza e immagine. Più di settanta ritratti di Frida - immortalata dai grandi nomi della fotografia come Edward Weston, Imogen Cunningham, Nickolas Muray, Gisèle Freund, Leo Matiz e Graciela Iturbide, tra gli altri - raccontano la sua storia e, soprattutto, suggeriscono una riflessione sul ruolo sempre attivo e consapevole di un’artista che ha continuato per tutta la vita a narrare sé stessa e a restituire la sua infinita, complessa e caleidoscopica identità.
Frida posa davanti alla macchina fotografica ma non ne è mai oggetto passivo da osservare e catturare, anzi: proprio come sulla tela, anche davanti all’obiettivo è lei padrona e autrice della sua immagine che adatta e reinventa di volta in volta, senza mai perdere autenticità. Ed è in questa consapevole autorappresentazione e politicizzazione del sé che sta (anche) il suo straordinario successo e l’attualità imprescindibile della sua figura.

