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Bologna: città delle acque, città della seta

Le acque “inventate” della città sono diventate parte di quella Bologna che, fino a qualche secolo fa, era una piccola Venezia lontana dal mare.

Da sempre, nel corso della storia dell’umanità, le più grandi e antiche città sono sorte intorno alle sponde di un lago o sul corso di un fiume o di fronte al mare. Bologna, invece, è una grande e antica città, ma lontana dal mare, senza fiumi o laghi, attraversata solo da un torrente stagionale, l’Aposa. Allora, come si giustifica la sua estensione e rilevanza, attestate fin da prima dell’epoca della Repubblica Romana?

Sin dall’antichità, l’ingegno degli abitanti del territorio ha saputo inventare espedienti per rimediare alla carenza di acqua. Dopo l’acquedotto costruito dai Romani, la soluzione più efficace risale al Trecento: sul fiume Reno, a circa 5 km dal centro di Bologna, viene costruita una chiusa, quella dell’attuale Casalecchio. Grazie a essa, una parte del corso d’acqua viene convogliata in direzione della città. A questa si aggiungono le chiuse sul Savena e sul Reno.
E se inizialmente il mantenimento delle chiuse era responsabilità delle famiglie nobili e delle signorie, con il tempo i lavori passano in mano all’amministrazione pubblica e alla collettività tutta.
Perché effettivamente era l’intera comunità a beneficiare di questo afflusso di acque che rendeva Bologna una città diversa da come siamo abituati a figurarcela oggi: proprio come Venezia, era una città delle acque, circondata da canali che alimentavano un fitto e complesso sistema industriale.

Nel Medioevo si contavano più di quattrocento tra mulini e altre macchine ad acqua. Già dal Duecento la città possedeva uno strumento particolare, il torcitoio, fondamentale per la lavorazione della seta. Era questa la ricchezza di Bologna: la produzione e lavorazione di tessuti pregiati, che venivano poi esportati e commerciati anche all’estero. La costellazione di canali che attraversavano l’abitato non soltanto ne delineavano i lineamenti, ma erano il motivo principale della ricchezza, della fama e dell’importanza politica della città. Per tre secoli, Bologna fu la capitale europea della seta, un mercato che coinvolgeva una grandissima parte della cittadinanza: si stima che nel Cinquecento, su una popolazione di circa 50.000 abitanti, circa il 40% lavorava nei setifici.

La tradizione vuole che all’origine di tutto questo vi fosse Bonaventura da Lucca, un mercante di tessuti che, allettato dalle promesse di agevolazioni fiscali per chi avesse condiviso i segreti della lavorazione della seta, si sarebbe recato nella città felsinea e avrebbe insegnato ai suoi abitanti tutto quello che sapeva sulla produzione del prezioso tessuto. L’accordo fu felice tanto per Bonaventura quanto per Bologna: entrambi accrebbero le loro ricchezze e il loro peso nel sistema commerciale dell’epoca.
Quello della lavorazione della seta era un segreto così prezioso che molte ruote e altri meccanismi necessari al funzionamento dei macchinari erano situati nelle cantine delle case e dei laboratori al riparo da occhi indiscreti.

"La città delle acque", l'installazione immersiva visitabile al Museo della Storia di Bologna a Palazzo Pepoli

Ma in realtà, già prima del sistema medievale di canali, il problema della scarsità d’acqua a Bologna era stato risolto dai Romani grazie alla costruzione di un acquedotto che, caduto in disuso dal Medioevo in poi, venne restaurato nell’800 e che tutt’oggi è in funzione, fornendo circa il 20% dell’apporto idrico alla città.

Un’altra meravigliosa struttura che permetteva di convogliare l’acqua fino al centro di Bologna, frutto del genio dei suoi ingegneri, risale al Rinascimento, e si trova proprio all’interno del Colle dell’Osservanza. Questo è costituito prevalentemente di arenaria, un materiale intriso d’acqua, come una sorta di spugna fatta di roccia. All’interno venne dunque scavata una gigantesca cisterna in cui l’acqua poteva gocciolare dalle pareti circostanti fino a riempirla, per poi confluire in dei corridoi – anche questi di arenaria e altri minerali che agivano da filtri per bloccare le impurità – che, sfruttando la naturale pendenza del colle, portavano l’acqua fino a sgorgare dai rubinetti di uno dei simboli di Bologna stessa: la fontana del Nettuno.

Oggi, è possibile conoscere la storia dei canali storia e immergersi in quell’atmosfera ormai perduta visitando l’istallazione “La città delle acque” nel Museo della Storia di Bologna di Palazzo Pepoli: un gioco di luci e specchi che non solo simula lo scorrere dell’acqua sotto la città, ma che suggerisce il ruolo di testimoni della storia e delle vicende di Bologna dei canali stessi.

Nel corso dei secoli, l’importanza degli opifici tessili bolognesi sfiorì e i canali si trasformarono, in breve tempo, in poco più che una rete fognaria a cielo aperto. Persa la loro funzione principale, vennero interrati e nascosti, stravolgendo non soltanto la mobilità cittadina ma l’aspetto stesso del territorio. Ad oggi, sono pochi i canali ancora visibili in pieno centro, che pure attraggono i turisti desiderosi di scattare almeno una foto – come accade alla famosa finestrella di via Piella.

Solo pochi sanno che sotto ai nostri piedi si snoda una città parallela e sconosciuta, il fantasma di quella Bologna che fu, una sorta di Venezia lontana dal mare.

Nell'immagine di copertina di questo articolo: Il ponte della via Cavaliera e il canale delle Moline (dettaglio) - Anonimo bolognese - 1852, olio su tela - Museo della Storia di Bologna

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